martedì 23 febbraio 2016

Did I see what I wanted, what wasn't true?

Dalle finestre del mio ufficio si vede l'insegna di un albergo. Ci sono stata una volta, è un bel posto. 
Guardo fuori dalla finestra. L'insegna emerge dalla nebbia come uno spettro, come un ricordo. Intravedo le finestre delle camere, ricordo la notte in cui, nuda, ho scostato le tende e una vocina ha bisbigliato al mio orecchio. Ricordo le luci della città immersa nella notte.
Guardo quell'albergo e immagino di essere in una di quelle camere con te, stesi sul letto ad oziare sotto le coperte. Io accoccolata accanto a te, la testa posata sul tuo petto che ascolto il battito regolare del tuo cuore. Tu che mi accarezzi distrattamente la schiena osservando il nostro riflesso allo specchio.
E' un pensiero che mi rende inspiegabilmente triste. Ho un nodo in gola che mi impedisce di respirare.
Distolgo lo sguardo, allontano quel pensiero come se non fosse mai esistito e torno al lavoro. Non devo indugiare sulla soglia dei pensieri, non devo lasciare che mettano radici.

(Bel film. Quadri stupendi. Lui lo avrei preso a legnate.)

lunedì 22 febbraio 2016

Ninfa dei boschi

Un pomeriggio tra i boschi, a contatto con la natura. Il canto degli uccelli, il suono delle foglie scosse dal vento, il cielo terso tra i rami degli alberi. Era una bella giornata di sole, il tepore le scaldava il viso, ma la leggera brezza che soffiava era frizzante. C'era un tale silenzio, una tale pace...
Passeggiava accarezzando i tronchi dei giovani alberi, assaporando l'odore del bosco, del muschio e dell'umidità che impregnava il terreno. Si accostò ad un albero, chiuse gli occhi ascoltando la natura, ascoltando quella voce che dal profondo le parlava, le bisbigliava cosa fare, le invadeva la mente di immagini e desideri.
Lentamente si abbassò la cerniera del giubbotto. Gli occhi chiusi, le orecchie tese ad ascoltare il mondo là fuori, mentre la voce dentro di lei le diceva di proseguire.
Non pensava mentre seguiva le istruzioni di quella voce, non pensava mentre si sfilava il giubbotto e posava, uno dopo l'altro, gli indumenti sul ramo dell'albero a cui si era appoggiata.
L'aria le accarezzava la pelle, una brezza così fredda rispetto al calore della sua pelle.
Le mani che le accarezzavano il corpo trovandolo eccitato, voglioso.
E se qualcuno fosse arrivato? E se qualcuno l'avesse vista come una ninfa dei boschi nuda tra gli alberi? E se qualcuno...
Quella voce dai recessi della sua mente spazzò via tutti quei dubbi, e quelle incertezze, la fece crollare in ginocchio, le dita affondate nella fica bagnata.
Alzando il volto al cielo si lasciò andare al piacere, gridando in preda agli orgasmi che uno dopo l'altra le scuotevano il corpo.
Non le importava più di nulla se non quel brivido di piacere, quell'estasi assoluta strappata ad una normale gita tra i boschi, col rischio di essere scoperta.
L'ultimo grido del suo orgasmo venne portato via dal vento. Riprese fiato, alzandosi a fatica sulle gambe incerte. Si rivestì languidamente, sorridendo tra sé, la voce nella sua mente finalmente in silenzio, soddisfatta e appagata.
Un passo dopo l'altro riprese la via di casa, sempre sorridendo, sempre più calma e rilassata mentre di godeva il sole e il cielo terso.


Di come alla fine ho dovuto cambiare il cellulare

Era già qualche giorno che il fido Bumblebee (il mio cellulare... giallo, mancavano solo le strisce nere...capito il nesso no? No? ok... sono matta io) mi lanciava segnali che stava per lasciarmi. Non ho ascoltato. Giovedì in segno di protesta al fatto che non lo ascoltavo mi ha mollata per la prima volta: non si caricava più.
Ora, essendo io cresciuta tra uomini e vedendo loro agire in un determinato modo quando le cose non vanno, ho fatto la stessa cosa: diagnostica il problema e smonta.
Prova a caricare con un altro cavo: niente. Sbircia il connettore: sembra tutto a posto. Tolgo la cover e mi imbatto nelle odiosi viti...dove trovare un cacciavite?
Battuta dalla mancanza di attrezzatura ho portato il mio cellulare traditore dal mio fido Homo Tecnologicus che me lo ha riportato in serata dicendomi: "Adesso si carica, ma usa molta cautela."
Nessun problema: cautela è il mio secondo nome!
Infatti il giorno dopo quando faccio per rimetterlo in carica non carica proprio per niente.
Evvai! L'ho rotto i nuovo.
Torno sicura dal mio Homo Tecnologicus che mi dice sconsolato: "Te lo posso sistemare, ma guarda che mi va via un po' di tempo."
Sconcerto. Dramma. Tragedia. Profonda tristezza.
Non era una spesa prevista ma visto che BB (Bumblebee - ma davvero non cogliete il nesso?) mi ha mollata così, senza neppure prima salutarmi, sono andata a comprare un cellulare nuovo. Arrivo a casa un po' seccata ma contenta di avere qualcosa di nuovo (sono donna cavolo, vado in brodo i giuggiole per qualcosa di nuovo), trasferisco la microSD e faccio per trasferire la SIM quando.... CAZZO NON CI ENTRAAAAAA.
Cinque secondi di raptus omicida e depressione ancestrale.
OK, cerco di calmarmi un momento.
Provo a smontare nuovamente il vecchio cellulare (perseveranza e testardaggine prima di tutto). Lo smonto proprio del tutto eh, viti comprese (mentre mi guardavo una puntata di Agents of S.H.I.E.L.D.) constato che il connettore della carica non ha più nessuna saldatura: polverizzate tutte e allora capitolo.
Avessi saputo saldare, lo avrei sistemato personalmente, credetemi.
Così il mattino dopo, vado in cerca di qualcuno che possa mozzarmi la SIM. Il primo tentativo va a vuoto: non hanno l'attrezzatura.
Entro nel secondo negozio e il commesso mi saluta con un sorriso. Lo prendo come un buon segno. Con sconsolata rassegnazione gli chiedo se può tagliarmela (la SIM eh).
Sorvolo sul fatto che ho una SIM vecchia (...significa forse che anch'io sono vecchia?!), che se il taglio andava male dovevo andare a cercare un negozio del mio operatore e farmela cambiare, vi dico che è andato tutto bene.
Quando mi ha inserito la SIM nel nuovo cellulare e la leggeva correttamente lo avrei baciato. Dico sul serio, avrei scavalcato il bancone e ci avrei limonato con quell'uomo, ma non l'ho fatto (un minimo di decenza ce l'ho ancora), l'ho salutato con un sorrisone e lui mi ha augurato buon fine settimana.
Quell'uomo (che assomigliava un po' a Donato Carrisi - autore che adoro da matti) è il mio nuovo idolo, potrebbe chiedermi qualsiasi cosa e per lui la farei.
Questa odissea mi ha portato a riflettere su una cosa: quanto siamo diventati dipendenti dalla tecnologia e in particolar modo dal cellulare?
Almeno per quanto mi riguarda, posso dirvi che sono rimasta sconcertata dal rendermi conto che restare quasi due giorni senza cellulare è stato traumatico, ma anche terapeutico.
Però niente più scherzi del cavolo così eh, questo cellulare mi deve resistere fino alla tomba!


giovedì 18 febbraio 2016

Super Zia!

Al lavoro questa è stata (ed è ancora) una settimana infernale, no infernale non rende l'idea. Prendete l'inferno dantesco, metteteci un pizzico di Tim Burton un po' di Quentin Taranatino e condite con abbondante splutter. 
Ecco, questa è l'attuale condizione della mia settimana.

Chi mi conosce sa che martedì, vuoi per lo stress, vuoi per la stanchezza, vuoi per questo lavoro di merda, sta di fatto che sono stata molto vicina a toccare definitivamente il fondo.
Nonostante le molte parole di conforto che ho ricevuto (e sono state davvero tante, non credevo), sarebbe bastata una sola cosa per farmi stare bene, per farmi passare in un lampo tutto quanto: un caffè con lui.

Una cosa banale se volete, eppure sono proprio le piccole cose quelle che preferisco. I piccoli dettagli, i piccoli gesti: una carezza, un nomignolo, uno sguardo, un cioccolatino lasciato lì per me... piccole cose, quasi insignificanti, ma che per me vogliono dire moltissimo.
Sfortunatamente quando dici addio, quando rinfacci indifferenza e ti giochi ogni altra possibilità, perdi anche ogni diritto di tornare sui tuoi passi e implorare di riallacciare un rapporto.
Ci speri, speri sempre che anche lui senta la tua mancanza, ma...non succede, e così arrivi al limite, arrivi davvero al punto da fare quasi il grande passo e farla finita una volta per tutte e chiudere lì la partita.
Ma poi non lo fai.
Chissà perché.
Devo essere più forte di quello che penso.
Devo avere delle spalle d'acciaio per sopportare tutto questo e riuscire ancora ad andare avanti.

Hai ragione, come sempre dopo tutto.

Lo ricordo anch'io l'anno scorso. Ricordo soprattutto il nostro tempo, quei frammenti, quei caffè che erano diventati per me così terapeutici.
Una volta avrei pianto....ora invece neppure una lacrima. Devo essere davvero stanca evidentemente, perché di sicuro non mi è ancora passata.
Io continuo a sperare, continuo ad illudermi ma dovrei smettere, tanto è inutile, tra noi ormai c'è un muro, ed è colpa mia.
(Batti il cinque zia, l'hai combinata davvero grossa!)

Ci sono in programma pranzi e cene qui al lavoro ma non andrò a nessuna di queste. Una volta forse, ma ora non più. Una volta ci sarei andata perché mi sentivo parte di qualcosa, perché c'era un rapporto, un qualcosa. Ora non c'è più niente. Finita questa settimana non ci sarà più ragione che io resti qui e nessuno di certo combatterà perché io ritorni... in effetti, stanno tutti meglio senza di me, di sicuro lui sta meglio senza di me.

Questa sera cena in famiglia, almeno lì ci sarà qualcuno che stravederà per me: i bambini!! OK, alcuni sono diventati adolescenti, ma la zia è sempre la zia, anzi Super Zia!!


lunedì 15 febbraio 2016

Il silenzio

Una volta aspettavo le tue email con ansia, le leggevo assaporando ogni parola, gustandomele come se mi si aprisse davanti uno spettacolo mai visto.
Ora so che non ne riceverò mai più.
Una volta aspettavo con impazienza che tu arrivassi, riempiendo la mia giornata della tua premurosa presenza.
Ora so di essere rimasta da sola a camminare sulla via.
Una volta sapevo che avrei potuto sempre contare su di te, che una volta che mi avessi spinto a parlare poi i problemi si sarebbero risolti, o almeno sarebbero diventati molto più facili da affrontare.
Ora so che i problemi rimangono lì, ammassandosi uno sull'altro, all'apparenza insormontabili.
Una volta attendevo il mattino con speranza.
Ora odio quella speranza che mi porta ancora a credere che prima o poi mi parlerai, ignorando quello stupido addio.

Perché è il silenzio... il silenzio è la parte più difficile da sopportare e da accettare. Quel triste, freddo e indifferente silenzio.

Ed è di nuovo notte.


domenica 14 febbraio 2016

Oh no not I, I will survive

Questa mattina, più o meno verso le sei, mentre tentavo (invano) di trovare una posizione, se non comoda, almeno meno dolorosa per il mio collo (torcicollo), le mie costole (residuo di costole incrinate) e il mio ginocchio (rompiballe e basta) mi sono messa a riflettere.

Non avevo un cazzo da fare e non riuscivo a dormire per il dolore, quindi qualcosa dovevo pur fare.

Mi sono messa a riflettere sul mio blog, per poi astrarre il concetto base ad un pensiero più generico: perché si apre un blog?
Nel vasto mondo della rete esistono blog più o meno per ogni cosa (chissà se ne esiste uno per il torcicollo?). Ci sono di quelli "divulgativi" in cui soggetti, più o meno sani di mente, diffondo la loro conoscenza sull'unico argomento che conoscono, ci sono quelli "letterari" con recensioni, racconti, poesie, interviste e tutto quello che può riguardare libri/cinema/film/serie tv, ci sono quelli "artistici" dove soggetti di talento (reale o presunto) mettono in mostra la loro arte sperando (o magari ci sono anche già riusciti), di diventare famosi.
E poi ci sono i blog come il mio.
Quelli personali e quelli "porno".
Mi piace pensare che il mio sia un mix, anche se ultimamente è più un blog lagna.

Quindi.
Se i blog di prima avevano una certa logica sul motivo per cui sono stati aperti, i blog personali e quelli erotici perché esistono? Cosa spinge una persona a raccontare a perfetti sconosciuti i fattacci propri, le proprie prestazioni sessuali (reali o presunte) o magari a diffondere consigli sull'eros?
Sull'ultimo punto mi viene, malignamente, da rispondere: chi non può, insegna.
Cattiva che sono.

Dopo varie contorsioni, e aver trovato una posizione vagamente "comoda", sono arrivata alla conclusione che esistono due motivi per cui una persona si ritrova ad aprire un blog: ha qualcosa da dire, ha bisogno che qualcuno lo ascolti.
I due motivi potrebbero sembrare, in fondo, la stessa cosa, e invece no.
Puoi aver qualcosa da dire, ma vuoi dirlo solo per il narcisistico piacere di sapere che "tutti" lo leggeranno, quindi ti interessa più muovere la bocca (o le dita...non pensate male, dai!) piuttosto che preoccuparsi di trasmettere realmente qualcosa. Oppure puoi voler essere ascoltato perché nella "vita reale", nessuno ti ascolta più, per il semplice motivo che hai già rotto i coglioni a tutti quelli che conoscevi e allora speri che almeno qualcuno su internet ti ascolterà (e di solito succede).
Questi sono i casi limite.

Il mio blog, e mi piace pensare anche quello di migliaia di altre persone, è stato aperto per poter dire qualcosa e per poter essere ascoltati.
Trasmettere emozioni, sentimenti, gioie e dolori, traguardi e sconfitte, passioni e separazioni. Ritagliarsi uno spazio, all'interno di questo vasto mondo, che sia solo tuo, in cui puoi esprimerti, esprimere interamente te stesso, in tutte le tue meravigliose sfumature, in cui esporre la bellezza della tua anima (o parte di essa). Per il tempo di un post, metti a nudo quello che hai dentro, esprimi tutto quello che hai da dire ma che nessuno sembra capire o voler ascoltare. Lo esprimi e sai che, nel bene e nel male, qualcuno ti sta ascoltando, qualcuno sta usando parte del suo tempo (che non gli verrà mai restituito) per ascoltare te, te e soltanto te, per leggere quello che hai da dire e, magari, anche per aiutarti (nel suo piccolo) o condividere con te una gioia (urra!).
Perché è questo che fanno le emozioni: uniscono le persone, anche quelle che si trovano a chilometri e chilometri di distanza.

OK, e la parte erotica? Beh... ammettiamolo, siamo tutti dei voyeur, ci piace guardare la vita degli altri, sbirciare dal buco della serratura. Un po' per curiosità, un po' per cattiveria, un po' per pura perversione, o semplicemente perché dagli altri si può sempre imparare qualcosa. Anche l'erotismo esprime qualcosa, due corpi che si uniscono cantano una musica tutta loro, ed è una canzone che le parole non possono appieno descrivere, ma ci si prova e quando riesci a far vibrare anche chi legge, allora hai raggiunto il tuo obbiettivo: trasmettere quello che avevi da dire, sei riuscito a farti ascoltare.

Mi fermo qui, altrimenti poi mi parte il momento lacrimuccia con tutto quello che ne consegue, e ne ho le palle piene di essere depressa, quindi vai con Gloria Gaynor a tutto volume!!
(Le riserve e The Martian, mi hanno rovinato)

Avete mai provato a ballare con il torcicollo?
Ecco, già io sono ridicola di mio, col torcicollo poi..
Ma chi se ne importa, I will survive... hey hey!!


Porco mondo che male mi fa il collo....

venerdì 12 febbraio 2016

E adesso?

In questi giorni c'è un'idea, un pensiero che mi frulla per la mente. Non l'ho detto a nessuno, a nessuno di quelli che mi chiedono costantemente come sto. Non avrebbe senso dirgli a cosa sto pensando, tanto non lo metterò mai in pratica, quindi perché parlarne?
E' un pensiero di puro conforto, da accarezzare e coccolare nei momenti peggiori, ma poi le cose migliorano e quel pensiero torna sotto il letto, insieme ai fantasmi e l'uomo nero.
Il mio migliore amico non fa che dirmi che devo andare avanti, in molti mi dicono che sono una persona meravigliosa, ma...
Vorrei crederci, e ci sono giorni che quasi me ne convinco, poi arrivano le giornate no e scivolo nella depressione più nera.
Dicono che le ferite col tempo guariscono, io so solo che vorrei che il dolore smettesse, perché a volte penso di non farcela.
E' dura pensare di non farcela, arrivare al punto di chiedersi se magari questa volta non si è scesi un po' troppo nell'abisso.
Guardi in alto e pensi: "Cazzo, e adesso?"
Già, e adesso?
Bella domanda non trovate?
Se vogliamo a tutti i costi trovare un lato positivo a questa situazione, è che ho riscoperto l'autentico valore dell'amicizia, ho scoperto che in qualche modo sono ancora qui, ho scoperto... boh, non mi viene in mente altro.
Certo, voi direte che potrebbe andare molto peggio, e avete perfettamente ragione. Io non mi sto lamentando, sto solo cercando di sfogarmi.
Sfogarsi, liberarsi di tutta l'angoscia, l'ansia, il dolore, il tormento, la sconfitta... ecco quello che sto cercando di fare, alleggerire tutto il carico di merda che ho addosso per poter essere....felice, o almeno serena.
Non mi sembra di chiedere poi molto.
Vorrei solo un po' di pace.
Tutto qui.


(Non c'entra un cazzo, o magari un po' si, però vi consiglio un libro "L'uomo di Marte" quello da cui hanno tratto il film "The Martian - Sopravvissuto". Merita davvero di essere letto, è decisamente meglio del film)

lunedì 8 febbraio 2016

Il diavolo è nei dettagli

Lui: "A quant'è l'orologio di guerra?"
Io: "eh?!"
Lui: "Da quanto non prendi niente?"
Io: "Ah... mh... 10 giorni"
Lui: grugnito con sguardo di rimprovero
Io: "eh..."
(Si, ma avevo retto quasi 30 giorni prima di cedere! Se vi state chiedendo cosa c'entra "l'orologio di guerra", vedetevi "Pacific Rim" e poi lo capite)

Lui: "Hai fatto di nuovo a pugni"
Io: "eh? ah, no è ancora dell'altra volta"
(Io non faccio a pugni, mi sfogo soltanto sul sacco da boxe: o così o prendo sul serio a pugni qualcuno)


Per un momento mi è sembrato di parlare di nuovo con... e invece niente, era solo un fratello preoccupato che alla sua sorellina venga un colpo oppure che faccia una strage.

Comunque basta gocce calmanti, mi stanno sputtanando il cervello (non che prima fosse stato particolarmente in sesto).


Un bacio non c'entra niente col sesso

E' la pioggia il primo suono che sento al mio risveglio. Mi piace il suono che fa, l'ho sempre trovato rilassante, calmante. Ma c'è qualcosa che non va, i suoni che ci sono insieme alla pioggia non riesco a riconoscerli. Anche gli odori sono diversi, c'è... odore di sesso e di un uomo. Apro gli occhi e non riconosco questo letto, o la stanza in cui mi trovo.
Ho un momento di panico: che cazzo è successo?!
Poi ricordo dove sono, ricordo cosa è successo e mi calmo. Va tutto bene, sono a casa di D. Mi rigiro nel letto, con cautela, facendo la stima di quante parti del mio corpo mi fanno male: lasciamo perdere, sono troppe. Mi guardo attorno, di D. nessuna traccia, così come dei miei vestiti.
Sono in cucina probabilmente ancora sparpagliati sul pavimento, dove D. li ha gettati mentre mi spogliava, prima di piegarmi sul tavolo della cucina. Mi si annoda lo stomaco al pensiero, un brivido d'eccitazione al ricordo di come ha banchettato col mio corpo prima di trascinarmi a letto, dove mi ha spalancata affondando dentro di me, spinta dopo spinta, colpo dopo colpo, divorando la mia carne, gustando la mia eccitazione.
Scosto le coperte e cerco di mettermi a sedere. Rabbrividisco per il freddo e gemo per i doloretti di protesta che il mio corpo mi lancia: dovrei restamene a letto e riposare, ma devo andare. In effetti sono stupita che D. abbia acconsentito alla mia richiesta di poter restare un po' a casa sua, mi ha sorpreso.
Cavolo quanto fa freddo in questa stanza! La mia intenzione è alzarmi, raggiungere in qualche modo la cucina e rivestirmi. Il primo tentativo non va esattamente al meglio, il ginocchio mi cede sul più bello e ripiombo sul letto, dove la fica protesta per la mancanza di delicatezza.
"Dai, ti aiuto."
Mi prende quasi un colpo quando sento la voce di D., non lo avevo sentito arrivare: mi si è forse danneggiato anche l'udito? Sto diventando sorda? Oppure ha studiato con i ninja?
D. viene da me, mi fa indossare un accappatoio, mi prende le mani e mi aiuta ad alzarmi, con calma. Mi sento una vecchia invalida, neanche avessimo fatto chissà cosa. Bofonchio un grazie.
"Devi rilassarti, altrimenti poi ti riduci così" commenta lui richiudendomi l'accappatoio. Lui indossa un paio di jeans e una felpa, i capelli arruffati e quel pizzetto... che non so se adoro o detesto.
"Prendo i miei vestiti e me ne vado" dico avviandomi come uno zombie verso la sua cucina, lui però ha altri programmi visto che mi ferma e mi prende in braccio.
Odio quando mi prendono in braccio, mi fa sentire ancora più piccola, ancora più vulnerabile, oltre al fatto che ho paura che gli venga un'ernia e crolliamo tutti e due col culo per terra.
"Rilassati, tu sei sempre troppo tesa. Mai pensato di andare in un centro benessere?" mi dice lui uscendo dalla camera, ma non stiamo andando in cucina come speravo, stiamo andando in bagno. In effetti in bagno ci dovevo andare...
"Un massaggio, qualche stronzata di bellezza che fa impazzire voi donne e ne esci finalmente rilassata."
Mi appoggia sul bordo della vasca: non capisco cos'ha in mente. Lo capisco quando apre il rubinetto per riempire la vasca.
"Cosa fai?" gli chiedo. Si, sono un po' sospettosa, e si, forse è vero che non riesco a rilassarmi ma...sono parecchi i serial killer che hanno ucciso in una vasca da bagno.
"Dopo un bagno ti muoverai meglio, e starai meglio" mi parla come fossi una bambina, lo odio e sto per mettermi a piangere per quanto è dolce. Faccio per alzarmi.
"Dove vai?" mi chiede, neanche fossi una bambina disubbidiente.
"Cose da donna" gli rispondo puntando al cesso con tutte le mie forze. D. non molla e torna in soccorso della povera imbecille che è la sottoscritta.
"Ce la faccio, non sono un'invalida" protesto cercando di allontanarlo e il ginocchio decide di mollarmi proprio in quel momento, se non finisco per terra (o con la testa nel water) è solo perché lui mi prende in tempo per un braccio strappandomi l'ennesima smorfia di dolore: mi ha afferrato nello stesso punto dove mi ha stretto questo pomeriggio, quando mi teneva ferma mentre si godeva i miei seni e i miei capezzoli, facendomi gemere e contorcere.
"Scusa" dice D. e senza tante cerimonie mi solleva l'accappatoio e mi fa sedere sul cesso. Adesso lo odio. E' imbarazzante farsi trattare così, posso benissimo farcela anche da sola.
"E' inutile che mi guardi così, rassegnati" commenta occupandosi della vasca. Controlla la temperatura dell'acqua e poi chiude il rubinetto.
"Il bagno posso farlo anche da sola" protesto. E che cavolo, non sono una bambina!
Lui scuote la testa e ignorando le mie proteste mi toglie l'accappatoio, mi prende in braccio e mi fa immergere nell'acqua.
"Ti devi rilassare" mi ripete lui vedendo che rimango rigida nella stessa posizione in cui mi ha messo.
"Sono rilassata" rispondo "Non si vede?"
Lui sorride, scuote la testa (come lo odio quando fa così!) e mi bacia. Quei suoi maledetti baci così dolci, così delicati. Scopa come un bastardo ma quando bacia, lo fa come se fosse l'uomo più dolce e sensibile dell'universo. Quando gli ho fatto notare il suo modo di baciare, in totale contrasto col suo modo di scopare, mi ha risposto che un bacio non ha niente a che vedere col sesso.
Devo ancora capire cosa voleva dire.
Fatto sta che quei dannati baci mi sciolgono, e così finisce che mi rilasso e mi lascio lavare da lui, che si prende cura del mio corpo, dei segni che mi ha lasciato lui.
Lo osservo mentre mi lava, è concentrato, attento, come se stesse maneggiando qualcosa di fragile. Non fa nulla per eccitarmi, sembra che il suo intento non sia quello, ma solo lavarmi, solo.... accudirmi. Inevitabilmente questo pensiero mi rattrista.
Lui mi solleva un braccio e mi bacia la pelle, i segni vicino al gomito. Fa lo stesso con l'altro braccio.
"Ce la puoi fare, sai?" dice sciacquandomi la schiena.
"A fare cosa?" gli chiedo, sento le lacrime minacciare di scendere.
"Ce la puoi fare" ribadisce lui. Mi aiuta ad alzarmi e mi avvolge in un asciugamano. "Bambolina" aggiunge con un sorriso strano.
"Non sono una bambolina" rispondo mettendo il broncio.
Inaspettatamente lui scoppia a ridere. Non lo avevo mai sentito ridere ed è... è un suono bellissimo.
"Mi verrebbe da sbatterti al muro e scoparti di brutto quando fai così" dice continuando a ridere.
Non so se eccitarmi, mettermi a ridere o tentare di affogarlo nella vasca da bagno....


venerdì 5 febbraio 2016

E' venerdì e io volto pagina (evitando gli incidenti)

Il titolo di questo post ha rischiato di essere "Come sono finita in ospedale per colpa di un fottuto coglione", perché uno che sorpassa alla cazzo, ti si infila di straforo davanti e ti fa inchiodare (tra stridore di gomme, centimetri di copertone lasciati sull'asfalto e ruote che slittano) è un fottuto coglione, c'è poco da fare. Se fossi una gatta, oggi mi sarei giocata una vita "grazie" a quella testa di cazzo (che se lo becco gli smonto la macchina e lo eviro senza anestesia).


Avete presente quando, dopo una lunga convivenza due si separano e uno dei due entra per l'ultima volta nell'appartamento prende le sue cose e se ne va approfittando del fatto che l'altro non c'è?
Io non ho mai convissuto, non ho mai lasciato roba mia in casa di qualche uomo, quindi quando finiva la relazione, non avevo questa fase traumatica della rottura di un rapporto, però oggi ho capito come ci si sente e vi dico che me la sarei volentieri risparmiata come esperienza.
Non mi sono portata via tutto, ma le cose evidenti si.
E posso dirmi fiera di me stessa, perché sono riuscita a non piangere (forse perché ero ancora incazzata con lo stronzo di cui vi parlavo prima), e sappiate che è un traguardo non indifferente considerato che questa settimana l'ho passata più a piangere che a fare altro.

E ieri, dopo uno sfogo tremendo col mio migliore amico sono arrivata a diverse conclusioni:
  1. devo smetterla di piangere, che fra occhiaie e occhi gonfi sono un disastro
  2. non ho più un porto dove poter attraccare durante una tempesta (metaforicamente parlando), questo perché evidentemente io non sono destinata ad avere un porto, una "casa", sono destinata a navigare in continuazione, senza mai potermi fermare per aspettare che passi
  3. è vero, ho preso una sbandata, una cotta colossale, innamorata persa, ma adesso basta umiliarsi (questo punto ricordatemelo caso mai mi ritrovassi ad implorare perdono o cose simili)
  4. ho scoperto di avere più amici di quanto pensassi (...tutti maschi)
  5. mi inventerò qualcosa per il futuro, non so ancora cosa, ma qualcosa farò


Domani andrò a fare shopping, shopping compulsivo, shopping da "devo riprendermi da una serie di delusioni e spendere soldi è la cosa migliore", se fossero i soldi di qualcun'altro sarebbe meglio, ma visto che io non ho fortuna con gli uomini, userò i miei di soldi. Il mio povero conto in banca si metterà a piangere, ma al limite gli passerò i miei fazzoletti.

Io comunque questi quattro cazzari con cui sono in ufficio se non li faccio fuori è solo perché non saprei come sbarazzarmi dei loro cadaveri.

E per la cronaca... ho sonno, davvero sto collassando dal sonno perché continuo a dormire di merda, ma da questa sera le cose cambiano, ve lo assicuro.


mercoledì 3 febbraio 2016

Una lettera mai consegnata

Ciao... io, ecco.... volevo dirti.... volevo dirti che mi manchi.
Mi manca parlare con te, mi manca ascoltarti, mi manca guardarti, mi manca il mio silenzio mentre mi guardi, mi manca il tuo sorriso e soprattutto mi mancano i tuoi abbracci.
Ecco tutto. Mi manchi.
E' questo che avrei dovuto scriverti, è questo che avrei voluto dirti, implorandoti di spiegarmi che cazzo sta succedendo, implorandoti di dirmi qualcosa, qualunque cosa, anche solo un vaffanculo.
Tu non dai seconde possibilità e io temo di essermi bruciata tutte le cartucce, perché sono un'autentica idiota. Mi chiedo ancora perché cazzo ti ho mandato quell'email... cioè so perché l'ho fatto, ma perché non mi sono fermata a riflettere? Perché non ho aspettato? Ti ho scritto quelle parole di getto, te lo ho scritte perché non sopportavo più quel gelo, quel silenzio e quel dolore. Il dolore soprattutto... non lo sopportavo più, avrei fatto qualsiasi cosa pur di farlo smettere, e per farlo tacere, ho fatto la cosa più stupida che potessi fare. Ti ho detto addio.
Brava cogliona.
Paradossalmente sto peggio adesso di quel pomeriggio, quando... quando hai messo le cose in chiaro e mi hai parlato di te. Dio, vorrei tornare a quel pomeriggio e cambiare tutto quello che è successo dopo, perché sono sicura che è da lì che ho cominciato a sbagliare, che ho cominciato a fare una cazzata dopo l'altra, mandando tutto a puttane!
Mi portavo dietro tutta quella rabbia... e non era rivolta contro di te, era... frustrazione, frustrazione verso un nemico invisibile, e come al solito ho scaricato tutta la rabbia verso la persona sbagliata. Non era giusto, non te lo meritavi e.... porco mondo io non ti odio, tutt'altro. So che non devo, so, ricordo quel pomeriggio, ma... cazzo!
Cazzo cazzo cazzo!
Ormai è troppo tardi, lo so. Me ne assumo tutta la colpa, tutta quanta. Mi merito ogni singola agonia che sto passando. Me lo merito. Ben mi sta! Così imparo ad essere così stronza, così idiota, così stupida, così patetica, così codarda, così ingrata.
Potrei chiederti scusa ma... non mi merito le tue scuse, non mi merito proprio niente. Non ho mai meritato niente da te, e non mi merito niente neppure adesso.


Queste parole le ho scritte, ma non arriveranno mai al destinatario. Così come non gli mandai quella famosa email, non gli manderò neppure questa. Lui non leggerà mai queste parole, perché...beh, perché sono una cogliona. Perché metterla qui allora? ...non lo so, speranza forse; per condividere una parte del dolore; come monito a voi che leggete: non fate le stronzate che ho fatto io.

martedì 2 febbraio 2016

Se solo...

 

"Come affrontiamo il dolore dipende da noi. Il dolore: ci anestetizziamo, lo accettiamo, lo elaboriamo, lo ignoriamo. E per alcuni di noi il miglior modo per affrontarlo è conviverci. [...] Il dolore... devi aspettare che se ne vada, sperare che scompaia da solo, sperare che la ferita che l'ha causato guarisca. Non ci sono soluzioni né risposte facili. Bisogna fare un respiro profondo e aspettare che il dolore si nasconda da qualche parte. La maggior parte delle volte il dolore può essere sopportato, ma a volte il dolore ti afferra: quando meno te lo aspetti ti colpisce sotto la cintura e non ti lascia in pace. Il dolore... devi solo conviverci, perché la verità è che non puoi evitarlo e la vita te ne porta sempre dell'altro."

lunedì 1 febbraio 2016

Mattina

Alzarsi dal letto è stata un'impresa titanica. Non volevo uscire da sotto le coperte, non volevo aprire gli occhi, non volevo dovermi vestire, rendere presentabile, socializzare con le persone. Volevo bigiare bellamente il lavoro.
Fuori è buio, e c'è pure nebbia: che tempo di merda.
Arrivare in ufficio e tirare uno di quei sospiri che sono un riassunto di tutta una valanga di pensieri tra i quali: "perché cazzo non mi trovo un uomo pieno di soldi e mi faccio mantenere", "perché non me ne vado", "voglio un abbraccio e una fetta di torta, ok mi basta la torta".

E così, tutto torna a circa due anni fa...
Bello vedere come nella vita non cambi mai un cazzo. Cambi taglio di capelli, perdi o metti su chili, forse sfori qualche pargoletto, ma le cose non cambiano mai. Gli stronzi rimangono stronzi, le donne acide rimangono acide, i frustrati rimangono frustrati e tutto resta maledettamente uguale.

E visto che tutto alla fine torna sempre uguale... ho voglia di palpare il culo ad un uomo, e passare un'intera giornata a letto, ad oziare peccaminosamente con un esemplare di sesso maschile.
Credo che rivedrò D., rimedierò qualche ammaccatura, ma vuoi mettere la soddisfazione? Vuoi mettere potersi godere il sesso senza qualcuno che prova a scavarti nel cervello? Reciproca soddisfazione senza coinvolgimenti emotivi, il massimo a cui posso ambire vista la mia perpetua condizione di amante e seconda scelta.
Una volta avrei potuto guadagnarci in questo status di amante, farmi mantenere, farmi comprare vestiti e gioielli... non che mi interessino vestiti e gioielli, mi regalassero libri, ecco allora sarebbe tutta un'altra storia.
Si, adesso chiamo D.

Comunque MasterChef ha rovinato gli uomini. Passi gli chef di professione che sono una categoria a parte, ma quelli che si improvvisano chef provetti, e ti parlano di cucina come se fossero Ramsey o Cracco. Ma se fino a ieri non cucinavate neppure un uovo sodo! Evitate di gasarvi perché avete fatto le tagliatelle dai! Per favore, tacete che fate più bella figura. L'uomo in cucina ci sta bene se è nudo con indosso un grembiule minuscolo, che sa fare quei quattro piatti in croce ma quando li assaggi ti fa venire un mezzo orgasmo... e lava i piatti (sempre nudo così almeno puoi palpargli il sedere mentre strofina i piatti).

Rassegnamoci a questo lunedì e cominciamo a lavorare.....
mm D. ha già risposto...

...bastano anche meno addominali...