lunedì 30 novembre 2015

E tu balli

Attraverso il vetro della finestra tutto appare come triste valzer.
Un avvicendarsi, uno scorrere, un muoversi a ritmo di una musica sconosciuta.
Un muto valzer in cui tutto scorre perfettamente a tempo.
Ma tu che osservi, tu che te ne stai al di là del vetro non fai parte di quel valzer, non la senti la musica.
Seduta aspetti qualcuno che ti inviti a ballare.
Un inchino, una mano tesa che ti porti al centro della sala, per ballare tutta la notte questo valzer silenzioso.
Aspetti da tempo osservando gli altri ballare.
Ondeggi a ritmo della musica che immagini stiano suonando, ti sembra di sentirla, ma non puoi sapere se è davvero quella la musica che stanno suonando.
Chiudi gli occhi, ritrovandoti a ballare da sola in una stanza vuota, mentre al di là del vetro il mondo balla a sua volta.
Tu e il mondo ballate, ma le melodie non coincidono, non coincideranno mai.
Tu però continui a ballare, in quella stanza vuota, ad occhi chiusi, la gonna che ondeggia, le braccia che si muovono, allacciate ad un compagno che non c'è.
Un vetro ti separa dal mondo e dal suo valzer.
E balli, balli, balli
Tra fantasmi e ombre.
Ad occhi chiusi tu balli, la gonna che ondeggia, le braccia allacciate ad un compagno che non c'è.

Coeur de Pirate - La petite Mort

giovedì 26 novembre 2015

Tormento

Il tormento, ecco cos'è più difficile da gestire.
Il tormento di bramare, il tormento di volere, il tormento di sapere che non sarà possibile.
Il tormento ti fa fare cose stupide. 
La voglia, il desiderio, la lussuria... tutte queste cose ti fanno fare cose stupide.
Vaghi in cerca di qualcosa, di qualcuno che ti possa soddisfare quel bisogno, quella brama che ti tormenta.
Lo vorresti sempre, vorresti passare le tue giornate in letti sfatti, tra braccia sconosciute.
Non te ne importerebbe niente, ma davvero niente.
Un paio di giorni, una settimana, un mese... il tempo che serve per estinguere quella fame, quel desiderio, quel tormento che non ti da pace.
Domare quel tormento, trovargli uno sfogo, qualcosa con il quale liberarsi.
Tra le mie braccia, adesso, in questo letto.
Scopami avanti, banchetta col mio corpo.
Poni fine al mio tormento, oppure vattene e non tornare più.


venerdì 20 novembre 2015

Amplesso

La pelle eccitata che freme ad ogni minimo contatto. I muscoli contratti fini allo spasmo. Le gambe spalancate, allacciate attorno ai suoi fianchi. Il suo cazzo che scivola lentamente dentro la figa bagnata e dilatata dall'eccitazione. Lo spazio che viene riempito, la carne che sfrega, brividi e spasmi, scariche di piacere che disconnettono il cervello, investendo il corpo di fuochi d'artificio. Il cuore che pulsa all'aumentare del ritmo. Corpi intrecciati, bocche che si cercano, che si esplorano mentre l' aria si riempie del suono dell'amplesso e dell'odore del sesso.
Sesso affamato, sesso animale, sesso che chiama altro sesso fino allo sfinimento, fino a sentire il proprio corpo rilassarsi in ogni sua fibra, sciogliersi tra gli umori della carne.
Corpo affamato che chiede di essere riempito, colmato, spalancato al piacere, riversato su un letto, rivoltato ed esplorato in ogni sua parte. Corpo che brama, che implora, che supplica l'estasi dell'amplesso.
Chiederà, chiederà, per sempre chiederà un corpo con cui fondersi, un corpo in cui annullarsi, un corpo con cui amare.


giovedì 19 novembre 2015

Prestatemi orecchio....per chi ce ne ha

In un libro che lessi moltissimi anni fa, un padre e suo figlio partivano per un viaggio alla ricerca della moglie/madre, scappata di casa per non ricordo più quale ragione. Comunque, il punto è che, nelle soste il padre del bambino (un tipo che collezionava i jolly dei mazzi di carte) faceva delle pause sigaretta in cui propinava a suo figlio i suoi ragionamenti filosofici. OK, io l'ho raccontato male, ma il libro è carino.
L'altra sera, nel mio solito viaggio solitario verso casa, mi sono ritrovata a paragonare le pause sigaretta del personaggio ai miei momenti elucubrativi in macchina. Questo probabilmente perché avevo finito di paragonare i miei problemi alla probabilità che un lampo gamma distrugga la terra, trovando di conseguenza i miei problemi come una nullità nella vastità dell'universo.

Ma non era di questo che volevo parlare... 

Oggi è giovedì, e non so come mai ma, nell'arco della settimana, i giovedì sono sempre delle buone giornate. Uno si aspetterebbe che siano i venerdì, invece per me sono i giovedì. Vai te a capire come funziona la mia testa. Magari funziona male per via dei mal di testa. Mia madre si ostina a ripetermi che mi viene mal di testa perché mangio poco.... che mondo sarebbe senza la mamma!
Parlando di cibo, sarà il tempo, sarà il mio periodo un po' "mare di tristezza", ma sono sempre ai fornelli a cucinare: primi, secondi, contorni, dolci. Qualunque cosa. Vedo una ricetta e la devo provare, ingozzando chiunque mi capiti a tiro.
Mi è presa la mania del cucinare, tipo quelle maniache ossessive che assillano parenti, amici e fidanzati perché le accompagnino a fiere di cucina, al supermercato o chissà dove per reperire ingredienti (bon, io non sono proprio a questo livello eh). E' che mi rifugio nella cucina, perché a me il cibo piace, anche se ultimamente non mi piace granché mangiare. 

No, non ha ragione mia madre, è la stanchezza. Dormo male ultimamente.
So a cosa state pensando, vi conosco bricconcelli!
Dormo male, voi lo leggete come un: scopo di continuo e non ho il tempo per dormire o un più conciso ho le occhiaie da maratona sessuale.
mmmm.... maratona sessuale....
Beh, non vi dico né si né no. Non vi rispondo ecco.

Ieri sera, ferma al semaforo rosso, mi sono accorta che hanno accesso le luci natalizie (e non c'entra il fatto che lì vicino, alla finestra, ci fosse un interessante esemplare maschile al telefono). Mi sono persa qualche secondo a fissare questo lampeggiare di luci, e il mio piccolo cuoricino si è riscaldato un po'.
Perché a me, il Natale, fa questo effetto.
Non sono il tipo da "buoni a tutti i costi" ed esagerazioni insopportabili, no, questo no. Però vedere le luci per le strada, gli addobbi alle finestre, pacchi e nastrini, il radunarsi attorno alla tavola, la sorpresa dei bambini mentre scartano i regali... ecco, tutta quella magia mi frega, mi fa scaldare il cuore come nient'altro.
Ed è anche meglio che mi fermo qui, altrimenti finisce che mi addolcisco troppo e vi faccio venire il diabete, quindi tutti in fila che è l'ora della sculacciata ;)

Vi lascio con una canzoncina che mi gira in testa da giorni e che non riesco a levarmi di testa!


mercoledì 18 novembre 2015

La Notte

La Notte... manto di oscurità, porta dell'oblio, coppa di sogni e incubi.
La stanza è avvolta dall'oscurità, il silenzio è rotto solo dal suono di lui che si aggira per l'appartamento. Lei, avvolta nell'accappatoio, le braccia conserte, osserva il mondo attraverso il freddo vetro della finestra. Osserva il palazzo di fronte. Attraverso le finestre illuminate, osserva vite diverse scorrergli davanti. Ogni finestra un microcosmo di realtà, una bolla di umanità.
Nell'oscurità lei osserva quelle persone vivere le loro esistenze, muta osservatrice. Lo sguardo che passa da una finestra all'altra. Schermi senza suono, teatrini con invisibili burattinai.
Le mani di lui che si posano sui suoi fianchi, il suo respiro caldo sul collo, le sue dita a scostargli i capelli. Un bacio alla base del collo, le braccia ad avvolgerla.
Lei rimane immobile, osservando quelle vite scorrerle davanti agli occhi, il respiro tranquillo, il calore del corpo di lui a riscaldarla.
Una mano di lui scende verso il suo sedere, che accarezza attraverso il tessuto dell'accappatoio, l'altra che si infila per raggiungere i seni.
Centimetri di pelle che si scoprono, l'accappatoio che si apre piano, le mani di lui che la sfiorano, l'accarezzano, scivolano dentro la sua carne. Lui le prende i polsi, le scioglie le braccia e le sfila l'accappatoio che cade a terra, in silenzio.
Lei rabbrividisce appena in quell'improvvisa nudità, continua ad osservare fuori dalla finestra, le vite scorrerle davanti agli occhi.
Lui la fa piegare in avanti, le mani poggiate sul davanzale. Una mano che le accarezza le grandi labbra, gliele scosta appena, un dito ad accarezzarle la carne calda e umida. Quando spinge il dito sul clitoride lei emette un gemito, allora insiste tormentandola. Continuando a gemere, lei inizia a muovere il bacino, andando a ritmo con la mano di lui. Con l'altra mano, lui accarezza il sedere, strizzandoglielo e maneggiandolo.
La mano di lui si allontana dal suo clitoride per scivolare dentro la sua figa. Prima un dito, poi due. Ogni volta le dita ne escono intrise della sua eccitazione. Lei è bagnata e pronta, la penetra con un movimento fluido, riempiendola con un colpo secco, strappandole un sospiro.
Aggrappandosi ai suoi fianchi, lui inizia a muoversi dentro di lei alternando spinte decise a lente avanzate. Lei aggrappata al davanzale continua a guardare fuori dalla finestra, le gambe molli per l'eccitazione, in gola gemiti di piacere.
Quando lui raggiunge l'apice con'ultima spinta lei poggia il capo sul davanzale, abbandonandosi a sua volta al proprio orgasmo. Movimenti impercettibili mentre tornano alla realtà, sapendo che era solo un antipasto, un preludio, un'introduzione alla Notte.
"C'è qualcosa nell'oscurità" disse lei a mezza voce, il respiro affannato.
"Come?" chiese lui posandole un bacio sulla spalla.
"Niente" rispose lei guardando nell'oscurità, incontrando lo sguardo di un uomo, anche lui affacciato alla finestra, a scrutare nella Notte.


venerdì 13 novembre 2015

Hello, how are you?

Hello, it's me
I was wondering if after all these years
you'd like to meet
To go over everything
They say that time's supposed to heal ya,
but I ain't done much healing

Hello, can you hear me?
I'm in California dreaming about who we used to be
When we were younger and free
I've forgotten how it felt
before the world fell at our feet

There's such a difference between us
And a million miles

Hello from the other side
I must've called a thousand times
To tell you I'm sorry for everything that I've done
But when I call you never seem to be home

Hello from the outside
At least I can say that I've tried
To tell you I'm sorry for breaking your heart
But it don't matter, it clearly doesn't tear you apart
Anymore

Hello, how are you?
It's so typical of me to talk about myself
I'm sorry, I hope that you're well
Did you ever make it out of that town
where nothing ever happened?

It's no secret that the both of us
Are running out of time

So hello from the other side
I must've called a thousand times
To tell you I'm sorry for everything that I've done
But when I call you never seem to be home

Hello from the outside
At least I can say that I've tried
To tell you I'm sorry for breaking your heart
But it don't matter, it clearly doesn't tear you apart
Anymore, ooooohh
Anymore, ooooohh
Anymore, ooooohh
Anymore, anymore

Hello from the other side
I must've called a thousand times
To tell you I'm sorry for everything that I've done
But when I call you never seem to be home

Hello from the outside
At least I can say that I've tried
To tell you I'm sorry for breaking your heart
But it don't matter, it clearly doesn't tear you apart
Anymore


Bella canzone, ma anche gran bella voce, non c'è che dire

giovedì 12 novembre 2015

Occhio che parte il pipone...

Avete guardato il cielo questa mattina? E ieri mattina? E martedì? E lunedì?
No? Dovreste farlo, è un consiglio spassionato che potete benissimo ignorare, era così, tanto per dire.

Da un mese a questa parte, al lavoro ci vado con la mia macchina (cioè, mia... vabbè). Fino ad ora scroccavo un passaggio, poi più di un mese fa, per una serie di motivi, ho concluso questo scroccamento seriale e ho iniziato ad andare in macchina per conto mio.
Un'ora all'andata e un'ora al ritorno di assoluto silenzio...non ho la radio in macchina, non l'ho l'aria condizionata e per il finestrino ho ancora la manetta: una macchina old style insomma. Per la cronaca, io alla mia piccina le voglio bene, certo d'estate si muore e ogni tanto fa i capricci, ma è un carro armato da sfondamento, e guai a chi me la insulta.
Comunque, stavo dicendo che mi faccio il mio bel viaggio in auto, e visto l'assoluto silenzio che vi regna (eccetto cigolii seguiti da pugno sul cruscotto) passo il tempo osservando il mondo e riflettendo.
Diciamo che la mattina il tempo lo passo più a vegetare, guidando in catalessi e con il pilota automatico, ma per il resto del tempo sono sveglissima.
Sorvolando i momenti in cui distribuisco maledizioni agli altri automobilisti con lo stesso accanimento del Grinch a a Natale, osservare il cielo è divenuto il mio passatempo preferito.

L'alba e il tramonto. Sono questi i due attimi della giornata che assaporo fino all'ultimo secondo (in coda dietro un'imbecille che è morto alla guida ma ancora non lo sa). Il cielo con le sue striature, quei rossi e rosa, quell'azzurro e giallo, e poi il sole con i suoi primi o ultimi raggi di sole (fasci fotonici accecanti proprio in prossimità di incroci). Attimi di pura poesia che fanno da cornice ai miei pensieri, agli attimi di riflessione che mi concedo (come se avessi scelta, non ho un cazzo da fare per un'ora!).

Interminabili riflessioni in cui mi analizzo come farebbe uno strizzacervelli, con la precisione chirurgica di Hannibal Lecter mentre vi asporta il fegato per farci un bel piatto prelibato (si, mi sto guardando la seconda stagione di Hannibal... ho qualche difficoltà di digestione ultimamente, chissà perché).

Questa mattina riflettevo sulle parole Mi dispiace. Due parole che mi ronzano in testa da un bel po', che vorrei sentirmi dire, che vorrei poter assaporare quasi fossero il trionfo di una guerra di posizione. Il motivo per cui le vorrei sentire non lo so, o meglio, sicuramente lo so, ma per prenderne coscienza dovrei scoperchiare il vaso di Pandora (mentre io preferirei scoperchiare la scatola del Pandoro).

Con ieri ho finito di ripulire la mia postazione. Non ci sono più pupazzetti, più piante, più disegni, più colori. Una scrivania essenziale, pulita e asettica.
Una tristezza infinita ve lo assicuro, non sembra più neppure la mia scrivania, non sembra il posto in cui ci passo otto ore della mia giornata, in cui una volta ridevo, piangevo, sognavo, facevo pensieri erotici (le mie ovaie li fanno ancora, ma su al cervello abbiamo messo il blocco su certe persone, tanto...).... ah si, e ci lavoravo ogni tanto.
Non c'è più niente.
Una metafora: l'esteriorità che riflette l'interiorità.
Una mutazione, un cambio di prospettiva, un rendersi conto che, dopo la felicità che tutto sia tornato come prima, c'è la presa di coscienza che, in effetti, non è affatto tornato tutto come prima.

Pensateci.

La vita è un susseguirsi di eventi, di scelte, di azioni e non azioni.
Ogni movimento, ogni gesto, ogni parola detta o non detta propaga una serie di reazioni, esattamente come un sasso lanciato in uno stagno.
Gettane uno e avrai una reazione, gettane due e le reazioni si moltiplicheranno, gettane una decina di sassi e scoprirai che l'acqua è tutta in fermento. Quando poi però queste onde di propagazione si fermano, l'acqua sembra tornare come prima, ma sappiamo bene che non è così. Lo stagno è cambiato, ha più sassi sotto la superficie. Potremmo anche andare a recuperare i sassi che abbiamo lanciato per riportare lo stagno alla condizione di partenza, ma ormai lo stagno è cambiato, non può tornare indietro. E' un dato di fatto.

Una scrivania vuota, come metafora del vuoto di un lavoro diventato ormai monotono e noioso, senza più quella prospettiva, quello slancio e quella positività che c'erano un tempo. Una scrivania senza elementi personali, senza carattere, come metafora allo sfaldarsi di un senso di appartenenza ad un gruppo che era affiatato. Una scrivania spoglia e senza calore, come metafora del raffreddarsi dei rapporti umani, dello spogliarsi degli affetti, della consapevolezza di essere rimasti da soli.
Una metafora: l'esteriorità che riflette l'interiorità.

Questa metafora è nata da reazioni ad azioni avvenute sulla superficie dello stagno. Azioni fatte e non fatte, azioni subite e altre compiute. Tutto concorre al raggiungimento di questo esatto momento. Questo attimo in cui si comprende che un mese non sono solo 30 giorni. Un mese non è solo il semplice susseguirsi di giornate da 24 ore, riempite più o meno bene di impegni e scadenze, di eventi felici ed eventi meno felici. Un mese è un tempo relativo, che si contrae o si espande a seconda di ciò che accade.

Un attimo, un fermo immagine di comprensione della disgregazione di un rapporto, di una fiducia, di uno slancio, di un affiatamento. Un attimo di realizzazione della morte di una pianticella, anch'essa metafora di qualcosa di più grande, al di là di ciò che in effetti non avrebbe mai potuto essere.

Si pensa che sia la verità a rovinare i rapporti umani, a disgregare gli affetti (e in effetti provati a dire alla tua fidanzata che l'hai tradita e vedi un po' quello che ti succede... si, ogni tanto guardo pure Alta Infedeltà, e me ne vergogno terribilmente), ma è il tempo, più di tutti, a cambiare le cose.
Il tempo è il sasso lanciato nello stagno, la mano che lo lancia può essere di chiunque, ma alla fine è il sesso a cambiare lo stagno, non la mano.

Ecco, alla fine di questi ragionamenti di solito sono arrivata nel parcheggio, ho spento il motore, ho recupero il cellulare dalla tasca, mi è caduto sul tappetino e ho mollato un vaffanculo, come un puntino sulla i.

Forse ci sarebbe un'ultima email da mandare, ma mi chiedo se ormai servirebbe a qualcosa, e poi, per dire cosa? Forse ci sarebbero della parole da dire su questo lavoro, ma la situazione è quella è, ho un lavoro, sono già fortunata così. Forse potrei esternare tutta la lava in potenziale eruzione, ma ormai si è raffreddata, ormai non ha più senso.

E quindi niente, si va avanti in un novembre caldo come un giugno, comprando pannolini (non per me, non mettetevi a pensare male), organizzandosi per i regali di Natale (mi prendo in anticipo perché una volta mi sono davvero ridotta all'ultimo ed è stato un massacro), e riflettendo se farsi un'ultima gitarella da qualche parte, tanto per concludere in bellezza l'anno che sui rapporti umani è andato di merda, ma mi ha fatto raggiungere dei traguardi personali non indifferenti.
Non si può avere tutto.
Tipo la botte piena, la moglie ubriaca, l'amante alticcia e farsi un bel ménage à trois.
Ma poi... perché non si potrebbe avere tutto? Chi è che lo decide?
Io voglio tutti ubriachi e un dolce al cucchiaio grondante di cioccolata da mangiare voluttuosamente e in modo molto porno.


martedì 10 novembre 2015

Ode

In punta di lingua rendo onore alla tua eccitazione, beandomi del tuo sapore.
Goccia a goccia gusto la tua eccitazione.
Voglio esplorarti usando solo la lingua, sentire con essa le tue vene gonfie, la tua pelle calda.
Voglio far scorrere le labbra su questa tua erezione, nei sensi e nella testa la tua prepotente presenza.
Guardami inginocchiata ai tuoi piedi mentre rendo omaggio a te.
Non staccare mai gli occhi da me mentre ti assaporo come il più prelibato dei liquori.
Una visione da far perdere la testa.
Goditi questo momento, domani potrei già essere altrove.
Lasciati venerare per questa notte, lasciamo il domani ai sognatori.


lunedì 9 novembre 2015

Resa e conquista

Sfiorarti il corpo con le dita, stuzzicarti i capezzoli come tu faresti con i miei. Una scia di baci dalla tua gola pulsante, lungo il torace, fino al tuo cazzo.
Lo sai che non ti soddisferò subito. Lo sai che giocherò con te, leccandotelo, baciandotelo, stuzzicandotelo con la punta della lingua. Ti guarderò contorcerti, gemere spingendo il bacino contro di me.
Sai che mi piace quando mi supplichi, sai che mi piace quando sussurri il mio nome in una preghiera.
Il sapore della tua resa è così dolce, così inebriante che cedere a mia volta è ancora più piacevole.
Allunga la mano, senti come sono già bagnata al pensiero di cosa mi farai, a come ti sfamerai di me. Infila le tue dita dentro di me, lecca la mia figa che ti implora, entra dentro di me.
Conquista il tuo regno e la tua regina.


Nella stanza 26

Ciò le balle girate. Mi fa male la mano. Sto mangiando poco e male. Mi consumo a scrivere. Mi annoio in un lavoro che comincia a farmi venire il vomito, ascoltando sempre i soliti discorsi. Non dovrei inseguire la rabbia, dovrei lasciarla andare. Ho voglia di ubriacarmi e mandare messaggi sconclusionati. Ho voglia di abbuffarmi si schifezze. Ho voglia di fumare. Prendere la macchina e guidare a tavoletta, fregandosene dei limiti, dei pericoli e delle multe. Abbordare il più stronzo degli uomini e farsi fottere senza alcuna briciola di sentimenti.
Ciò le balle girate, i pianeti messi di traverso, la luna storta. Fate voi.
Non ho nessuno da cui andare per sfogarmi, mi resta solo questo blog, mi resta solo la scrittura.
Che gran consolazione!
Ah ma io lo sapevo, l'ho sempre saputo.
Qualche settimana fa mi sarei raggomitolata a piangere come una fontana in pressione, adesso niente. Mi sono richiusa così bene che neppure si vede la cicatrice.
Eh vabbè, tanto, chi se ne importa.
Voi invece come vi gira oggi?


"Lo so che sei forte"
Si, ma a quale prezzo?
Mi sono incattivita per necessità.

"Ancora con questi discorsi"
Si, ma non sto piangendo.
Ma si, sono un cazzo di disco rotto no.

"Lui ti vuole bene, ti starà sempre accanto."
Si, certo, come facesti tu, vero?
Risparmio la fatica a tutti, me ne vado io.

venerdì 6 novembre 2015

Questa notte

Lenzuola aggrovigliate e il tuo respiro caldo sulla pelle. La tua lingua che percorre sinuosa i miei seni. Le tue labbra calde che si chiudono sui miei capezzoli. I tuoi denti intenti a mordicchiarmi strappandomi gemiti di piacevole assenso.
Ti sollevi per guardarmi. Ho il fiato corto, la pelle rovente e tra le cosce sento l'eccitazione bagnarmi, sgorgando lenta dalla mia figa.
Agguanti rapido la bottiglia di vino, bevi direttamente dalla bottiglia, poi ti chini su di me e con un bacio mi disseti.
Le tue mani avide mi esplorano, mi frugano. Mi spalanchi le cosce aprendomi alla tua voglia, alla tua fame. La tua lingua insistente mi porta sempre più vicina all'orgasmo. Comincio a supplicarti, ne ho bisogno: lasciami venire, l'asciami raggiungere l'orgasmo. Ti prego.
Una volta, e poi due... e ancora, e ancora...
Fruga in ogni angolo del mio corpo, aprimi con le tue mani, la tua bocca, il tuo cazzo. Affonda dentro di me, spinta dopo spinta.
Questa notte, sono qui per te, non devi fare altro che prendermi, soddisfarmi, amarmi.

mercoledì 4 novembre 2015

Un delizioso cupcake da mordicchiare

Seduta sulla panchina aspetto che tu passi. Sei uno sportivo, fisico sodo, faccino delizioso. Sei come quei dolcetti, quei cupcake deliziosi da vedere e da gustare. Un'invitante copertura che racchiude pensieri profondi e riflessivi, un animo curioso e ironico, umano nelle sue fragilità e nella sua voglia di esplorare.
Finalmente ti vedo arrivare e un sorriso mi affiora sulle labbra: non so perché ma mi fai sempre venire in mente voglie assolutamente assurde e folli. Mi fai venire voglia di sculacciarti qui nel parco, davanti a tutti. Mi fai venire voglia di trascinarti dietro ad un albero per una rapida scopata.
La cosa curiosa è che mi fai anche venire voglia di portarti con me in una baita in montagna, a chiacchierare della natura umana, osservandoti vagare nudo per casa, assolutamente a tuo agio con te stesso.
Finalmente mi noti, ti fermi e di metti a ridere.
"Non ci posso credere! Ma sei davvero tu!" esclami venendomi incontro. "Cavoli, devo avere un odore orrendo addosso" mi dici.
"Oh, adoro il sudore di un uomo" ti dico ridendo mentre ti abbraccio e ti stampo un bacio sulla guancia.
"Sei venuta a correre con me?" mi chiedi sedendoti accanto a me sulla panchina.
"Scherzi? Sei tu lo sportivo, io faccio il minimo indispensabile per non diventare una botte" ti rispondo.
Parlare con te è sempre stato facile, è sempre stato semplice, qualunque fosse l'argomento. Forse perché i nostri oscuri passeggeri si sono riconosciuti da lontano, forse perché si sono detti cose che noi non riusciamo a dirci. Chi lo sa, so che con te farei pazzie, so che con te condividerei una cioccolata calda davanti ad un caminetto acceso, so che mordicchierei quel sedere sodo dopo una serata a letto con te, so che ti sveglierei con una battuta divertente nonostante al mattino io non sia mai particolarmente brillante.
So che mi incuriosisci e che mi piace da impazzire parlare con te.


martedì 3 novembre 2015

Come una farfalla a primavera

Devo venirti io a prendere nel parcheggio. Senza occhiali non mi riconosci fino a che non sono praticamente tra le tue braccia. Salutandomi non puoi fare a meno di strizzarmi il sedere. Ti è sempre piaciuto il mio culo e non solo quello, hai banchettato col mio corpo a lungo le volte che ci siamo visti, te lo sei goduto e assaporato in ogni angolo.
Quello che mi ha colpito di te, era il tuo modo di prendere la vita.
Non ti lasciavi toccare da niente, la tristezza, le giornate storte, le separazioni... ti facevi scivolare tutto di dosso con una scrollata di spalle. Affrontavi la vita con la leggerezza di una farfalla che vive il tempo a sua disposizione volando di fiore in fiore, succhiando il loro nettare fino a non poterne più.
Una farfalla nella sua eterna primavera, circondato da mille sapori, desideroso di assaggiarli tutti, senza preoccuparsi troppo del domani e del futuro, senza pensare a ciò che sarà, senza farsi più problemi di quanti la vita già non dia.
Invidiavo il tuo modo di vivere, il tuo modo di affrontare le cose, quella leggerezza, quel menefreghismo felice. Ci hai messo del tempo per essere così, ed è come se avessi raggiunto il tuo stato di felicità assoluta, il tuo personale nirvana dal quale prendi solo il meglio della vita, ignorando tutto ciò che può esserci di male.
A braccetto con te, ti porto a spasso per la città ascoltandoti mentre parli a ruota libera di tutto un po', con l'incrollabile felicità di una farfalla.


lunedì 2 novembre 2015

C'è sempre il piano B

Autunno. L'odore delle foglie secche, del muschio, della prima nebbia, dell'inverno alle porte, del lutto portato a lungo in un anno difficile. Odore di castagne arrostite.
E' proprio intento ad arrostire le castagne che ti vedo. Sembri pensieroso, ma allo stesso tempo rilassato nel piacere dello svolgere un lavoro manuale.
La tua figura emana gentilezza e affabilità, ma anche tanta rabbia verso l'incapacità del mondo di capirti, di impedirti di fare ciò che ami fare, ciò che ti da piacere. Il tuo volto si contrae in una smorfia, dettata probabilmente da un ricordo spiacevole, un pensiero fastidioso.
Resto a guardarti, ad osservarti, godendomi in silenzio la tua essenza, quella che ho percepito, la punta di un iceberg che avrei voluto conoscere se non fossi stata così... se non fossi stata io.
Mi avvicino lentamente. Nell'aria l'odore della legna che brucia, e delle castagne che si cuociono.
Mi ricordano l'infanzia, mi ricordano bei momenti.
"Non cuocerle troppo, o diventeranno dure" ti dico fermandomi a qualche passo da te.
Tu ti volti di scatto, colto alla sprovvista. Colgo la sorpresa aprire il tuo volto, e poi un largo sorriso.
Come pensavo, sei fatto per ridere e sorridere, non per la tristezza e l'incazzatura. Sei più bello quando sei felice.
"Che ci fai qui? Non ti aspettavo davvero!" esclami. Vorresti venire ad abbracciarmi ma sei impegnato con le castagne, per un momento non sai cosa fare, poi metti le castagne da parte e vieni ad abbracciarmi, affabile.
Rispondo all'abbraccio con un po' di fatica: non sono brava con gli abbracci, non sono brava con il contatto umano.
"Sono venuta per quel caffè" ti dico, quando l'abbraccio ci scioglie e ci scostiamo l'uno dall'altra.
"Pensavo che..." mi rispondi. Lo vedo muoversi sotto la superficie, lo vedo guizzare famelico il tuo io nascosto, quello che il mondo fatica a comprendere.
"C'è sempre il piano B" ti dico accennando un sorriso imbarazzato.
Andiamo a prendere quel caffè, parlando di libri, di film, di frivolezze. E' facile parlare con te, sei capace di mettere a proprio agio le persone, e poi mi piace il tuo accento.
Nell'aria tra noi aleggia quel desiderio, quella voglia, quel pensiero. Si addensa pian piano, prendendo corpo mentre la nostra conversazione si fa piccante, più intima.
"Sono venuta qui per te" ti dico, osservando il tuo sguardo farsi torbido, un piccolo spasmo della mano forse a seguito di un pensiero che ti ha attraversato la mente.
"Ne sei sicura? Mi sembrava non ne volessi sapere di queste cose" mi dici. Colgo l'amarezza, la frustrazione, la delusione, persino un pizzico di rabbia. Me ne dispiaccio. Mi dispiace non essere riuscita a spiegarti come stavano le cose.
Mi alzo in piedi e ti porgo la mano.
"Mi fido di te, Master" ti dico, chinando il capo. Poi ti guardo con un sorriso. Non sai cosa fare, pensi che ci ripenserò, temi che non ti permetterò di portarmi sul tuo territorio. Non so come fare per rassicurarti, per dirti che se sono qui è perché ho deciso.
La stanza in cui andiamo è tranquilla e odora di pulito. Quando chiudi la porta avverto subito il cambiamento, una lieve increspatura nel tuo modo di agire, muoverti, respirare, parlare. Sei sempre tu, la bella persona che ho conosciuto e con cui ho bevuto un caffè, ma ora sei qualcosa di più.
In quella camera giocherai col mio corpo, giocherai con i miei sensi, giocherai con i miei limiti portandomi dove non credevo di poter arrivare.
Ti ciberai del mio corpo, dei miei gemiti, delle mie esclamazioni tra l'eccitazione e il dolore.
Mi donerai orgasmi infiniti, sempre al limite tra il piacere e il dolore, dove un basta significa ancora, dove un fermo, significa più forte. Dove il piacere si trasforma in un gioco senza regole, dove la punizione diventa un premio, e il premio diventa un sublime regalo. Dove il corpo si accende, sensibile ad ogni tocco, ad ogni sculaccione, ad ogni frustata, dove la mente smette di funzionare e si lascia andare, abbattendo gli argini della razionalità.
Mi porterai al limite e poi oltre, e quando tornerò indietro e questa giornata insieme sarà finita, porterò il tuo ricordo con me, sapendo che avrei voluto conoscerti meglio, conoscere la tua vera essenza, la tua vera natura. Sapendo che avrei voluto conoscere il tuo io più intimo, ma sapendo anche che tu non me lo avresti mai mostrato.


domenica 1 novembre 2015

Un bianco e nero, per un'anima a colori

Fiore delicato dalla dura corazza.
Splendida anima dilaniata dal bisogno di appartenere, dal bisogno di amare e di essere amata.
Dolcissima creatura che avanza per le strade del mondo con la voglia di gridare e piangere.
Donna sensuale e così profonda quando ti lascia andare.
Graffi il mondo con le tue parole e i tuoi versi.
Vivi questo mondo crudele con la disperazione di un animale ferito.
Riscopri i colori, sbocciati dal dolore della fine.
Non lasciare mai che questo mondo ti strappi le splendide ali che possiedi.
Non lasciare mai che gli uomini calpestino il tuo cuore e il tuo infinito amore.
Non lasciare mai che la vita ti faccia a pezzi.
Tra i mille anonimi e distratti volti, c'è qualcuno che guarda solo te.