giovedì 30 aprile 2015

Un regalo, una sfida

Mi hai chiamata per invitarmi a cena. Hai detto che saresti venuto a prendermi, che avremmo fatto prima una piccola sosta a casa tua, perché avevi un regalo per me. Adoro i regali. Non mi importa molto cosa mi regalano, ma sapere che è qualcosa per me mi fa sempre piacere. Prima di riattaccare mi hai chiesto di non indossare nessun intimo. Anche se non me lo avessi chiesto, lo avrei fatto comunque. Hai la capacità di risvegliare il mio lato più perverso.
Sono riuscita ad essere puntuale, e tu sei stato galante e premuroso: un bacio sulla guancia, un complimento, mi hai aperto la portiera e poi via, verso il tuo appartamento. Ti ho fatto notare che avrei potuto raggiungerti direttamente lì, invece di farti fare strada per niente. Hai minimizzato
Allora ti ho chiesto qual'era il regalo. Hai sorriso. Ho insistito e tu ti sei messo a ridere,
"E' qualcosa che apprezzerai."
Ero curiosa, parecchio curiosa. Ho insistito ancora, ma tu eri irremovibile, volevo provare a farti un pompino, per vedere se alla fine avresti ceduto, ma eravamo arrivati.
Ho fatto le scale di corsa per arrivare al tuo appartamento, mentre tu mi seguivi con esasperante lentezza, ridendotela fra te.
Una volta dentro ti ho chiesto dov'era il regalo.
"Prima un bacio" hai detto. Mi hai avvolto con le tue braccia e ci siamo baciati. Mi sono strusciata su di te. Stavi quasi per farmi dimenticare il regalo.
"Chiudi gli occhi" mi hai sussurrato, e io ho obbedito prontamente. Mi hai fatto voltare e mi hai bendata. Ti ho chiesto se non ti fidavi di me.
"Sei un esserino curioso" mi hai detto prima di guidarmi. Non abbiamo camminato molto, quindi credo mi tu mi abbia condotta in salotto. Mi hai fatto poggiare le mani su qualcosa di freddo e duro. Ho immaginato si trattasse di quel piccolo tavolo rotondo che hai accanto al divano, col piano in vetro. Mi hai fatto piegare e mi hai sollevato la gonna.
Ho rabbrividito, sentendomi subito eccitata. Mi hai accarezzato le natiche, strizzandole un po'. Ti sei scostato, e ho sentito i tuoi passi allontanarti. Sono rimasta immobile, impaziente di sapere cosa avevi in mente.
Sei tornato e mi hai dato uno schiaffo sul sedere. Ho sobbalzato, ti ho chiesto perché lo avessi fatto.
"Mi piace il tuo sedere" hai risposto, mentre mi scostavi le natiche e mi bagnavi il buco. Hai infilato dentro un dito, muovendolo un po' prima di farlo uscire di nuovo. E' stato allora che ho sentito qualcosa di freddo entrare dentro di me.
"Rilassati" hai detto, accarezzandomi la schiena. Io mi sono piegata un po' di più, rilassandomi e tu hai spinto il plug dentro di me. Con colpo secco lo hai fatto entrare del tutto.
Ti sei chinato su di me, mi hai scostato i capelli dandomi un lieve bacio sul collo.
"Brava bambina" hai sussurrato. "Vuoi anche il resto, o ti basta?"
Da principio non ho capito a cosa ti stessi riferendo, poi mi sono ricordata di un discorso che avevamo fatto tempo fa. Ti ho detto che volevo tutto. Mi hai baciato, insaziabile. La tua lingua che inseguiva la mia, la mano ad accarezzarmi le natiche, a giocare con il plug.
"Resta ferma" mi hai detto. Ho sentito il tuo alito su di me, le tue mani ad allargarmi le grandi labbra, poi la consistenza delle palline che entravano nella mia figa.
Le tue dita dovevano essere state fradicie quando hai finito di infilarmi le pallide, te le sei leccate credo perché poi hai commentato il mio sapore.
Mi hai fatto rialzare, la gonna sempre sollevata. Dentro di me ho sentito le palline muoversi, il plug premere contro la mia carne.
Mi hai dato un altro schiaffo sul sedere prima di riabbassare la gonna e togliermi la benda. Ho sbattuto le palpebre per riadattarmi alla luce. Eravamo in salotto, la sagoma delle mie mani sulla superficie di vetro del tavolo.
"Come ti senti?" mi hai chiesto. Ti ho risposto che mi sentivo eccitata. Era vero, terribilmente eccitata.
"Ora andiamo a cena" hai detto, prendendomi in vita e guidandomi fuori dall'appartamento. Ogni passo era una tortura, la tua mano che mi accarezzava il sedere di certo non mi aiutava.
Usciti dal portone del tuo palazzo, mi hai trattenuta un attimo per darmi un altro bacio. Cogliendomi alla sprovvista mi hai sollevato la gonna, esponendo la mia nudità.
"Vai alla macchina" mi hai detto. Ti ho guardato. Ti ho chiesto se era un ordine.
"Un invito" hai detto. Bugiardo, era un ordine, e tu sai che non sopporto gli ordini, ma diavolo volevo farti vedere io quanto potevo essere porca. Così mi sono incamminata con calma verso la macchina. Ancheggiando di proposito. Arrivata alla macchina mi sono girata a guardarti. Mi hai raggiunto a grandi passi. Mi hai preso la testa fra le mani baciandomi con passione, premendomi il ginocchio contro la figa eccitata.
"Mi farai morire" hai detto, prima di aprirmi la portiera per farmi salire.
"Non prima di essermi divertita con te" ti ho risposto riabbassando la gonna e salendo in macchina. Mi hai guardata incuriosito, io ti ho sorriso.
Pensavi davvero di essere tu a condurre il gioco?


mercoledì 29 aprile 2015

Tirando le somme

Gli osservatori più attenti potrebbero già aver notato qualche cambiamento nel blog: complimenti avete l'occhio lungo! Al resto come siete messi?

OK, faccio la persona seria e la smetto.

Visto che domani, e ve lo dico sottovoce, è il mio compleanno, ho pensato di dare una rinfrescata al blog, sistemando un paio di cosette e aggiungendoci il link a twitter. Che volete farci, quando un uomo insiste tanto e mi fa gli occhioni dolci, finisco per accontentarlo, e così sbarco anche su twitter o, come preferisco dire io, sono salita anch'io sull'uccello.

Non si capisce vero che oggi ho quella voglia birichina addosso, vero?

Vi starete chiedendo il perché del titolo del post. Adesso ve lo spiego, anche se probabilmente non ve ne frega niente.

Quando invecchi, come sto per fare io, sarebbe buona abitudine fare un po' il punto della situazione, sapete no, tirare le somme, aggiustare la rotta e tutta quella roba là.
Se fossi una persona seria e responsabile, mi metterei a fare tutte quelle cose, magari decidendomi a mettere la testa a posto: trovare un brav'uomo, sfornare una paio di bimbetti, farmi l'amante, e lamentarmi delle smagliature. "Se" per l'appunto, perché, ammettiamolo, io di mettere la testa a posto proprio non ne ho voglia. Sto bene come sto.
Certo, per ora, ma è appunto ora che mi interessa, il futuro è una rete di infinite possibilità che possiamo controllare solo in parte, e allora tanto vale godersi il momento!

In questo momento, ad esempio, sto guardando il regalo che il mio uomo del cioccolato mi ha fatto, e lo sto amando perdutamente. Metaforicamente parlando per ora, anche se continuo ad avere fantasie libidinose su di lui e le sue parti anatomiche.

Domani, come faccio sempre, mi prenderò un giorno di meritate ferie, quindi mentre voi vi sarete al lavoro, io invece sarò a casa, probabilmente a dormire o a fare shopping compulsivo. Vi do il permesso di odiarmi per questo, o se preferite di immaginarvi sotto la vostra scrivania intenta a farvi un pompino.

Oggi però sono al lavoro, quindi faccio finta di non avere fantasie libidinose in testa e faccio la persona seria... anche se... una certa persona...con quella colazione a letto...


martedì 28 aprile 2015

Ho un brutto carattere

Posso essere gentile, amichevole, passionale, divertente e tutto quello che vi pare. Tutte caratteristiche fantastiche, apprezzabilissime e bla bla bla. Come ogni essere umano imperfetto che si rispetti però ho anch'io i miei difetti, che non sto qui ad elencarvi altrimenti facciamo notte. Il difetto (sarebbe meglio dire il problema) che però risalta maggiormente e temo sia anche il motivo per cui non riesco a tenermi un uomo neppure per sbaglio, è la gestione della rabbia.
Mi arrabbio facilmente, quando poi però l'arrabbiatura diventa incazzatura nera, tanto vale trovarsi un rifugio atomico e aspettare tempi migliori. Parlo per voi, perché la maggior parte dei lividi che ho io sono dovuto proprio alle miei incazzature (voi potete trovarvi un rifugio, ma io no, e quindi mi sfogo come posso).
Adesso, in questo preciso istante, ad esempio, io sono incazzata nera, ma così incazzata che se uno sventurato qualsiasi provasse a parlarmi temo che lo insulterei a prescindere.
No, non è per colpa di "quel particolare periodo del mese", io mi incazzo a prescindere. Mi fanno incazzare le persone, mi fanno incazzare i loro atteggiamenti, e quando poi mi incazzo, si accorgono che la faccina affabile e da ragazzina che mi ritrovo, nasconde un soldato strafatto di mirakuru (Arrow docet) pronto ad assaltarti al collo.
Si, quando sono incazzata parlo anche come uno scaricatore di porto, cosa che normalmente non faccio, vi da fastidio? Affaracci vostri.
Quando sono incazzata finisco anche per ignorare la vocina che mi ricorda le regole di buona educazione-quieto vivere-stronzate varie. Ignoro quella vocina e finisco per dire cose che penso assolutamente, ma di esporle nel modo sbagliato, precludendomi ogni possibilità di recuperare un rapporto o anche di fare carriera. Ecco anche perché non diventerò mai una dirigente o un'amministratore delegato: non lecco il culo a nessuno e quando mi si fa incazzare faccio una strage.
Dicevo? Ah si, oggi sono incazzata. Incazzata da paura.
Un altro problema che emerge quando mi incazzo è che mi parte la tachicardia (credo dipenda da una spinta di adrenalina, ma non sono un medico quindi cazzo mi metto a sparare stronzate?), di conseguenza sto male, al che mi incazzo perché mi hanno fatto incazzare tanto da star male... e via così in un circolo vizioso.
Figuratevi se dovessi fare sesso in queste condizioni, che casino verrebbe fuori!
Come si interrompe dunque questo circolo vizioso?
La cioccolata non fa un cazzo, e gli psicofarmaci non voglio prenderli perché non sono ancora del tutto una pazza squinternata. Quindi : o mi piazzo a fare i miei esercizi di Tai Chi e Yoga (ma avrei bisogno di un'ora tutta per me), o vado a fare boxe (anche lì però mi serve un'oretta) oppure qualcuno mi fa ridere.
Ridere fino ad ora è la soluzione più indolore per farmi passare l'incazzatura, il problema è trovare un buffone che a comando mi faccia ridere. E non parlo di una battutina e via. No no, sto parlando di una raffica di battute, barzellette e storielle divertenti. Ridere fino ad avere mal di pancia, le lacrime agli occhi e un'impellente bisogno di una bombola di ossigeno.
Si, ho un carattere di merda a volte, ma basta non farmi incazzare e potete stare tranquilli.


lunedì 27 aprile 2015

Attimi rubati

Trascinarti velocemente in bagno, non per la paura che qualcuno ci veda, ma per l'urgenza di averti, di assaggiarti, per la voglia di scoparti con la mia bocca. Chiuderci in quel piccolo spazio angusto. Accovacciarmi tra le tue gambe, tu a reggerti al muro mentre mi lasci fare. Sentire la porta aprirsi, sapere che c'è qualcun altro in bagno oltre a noi, che non immagina neppure cosa stiamo facendo. E se anche lo sapesse? Che mi importa! Ti voglio troppo per preoccuparmi di cosa possa pensare qualche idiota. Baciarti, leccarti, gustarti. Farmi scivolare in bocca il tuo cazzo, succhiarlo, stuzzicarlo fino a farti venire.
E che poi non mi basterebbe un assaggio per essere soddisfatta. Vorrei di più, vorrei averti completamente. Per ora mi accontento di questo, di questo attimo rubato, ma presto o tardi ti avrò del tutto, e allora non mi accontenterò affatto.


giovedì 23 aprile 2015

Invisibile

Dopo aver passato parte della nottata in bagno stando male come un cane, quello di cui proprio non avevo bisogno oggi, era la filippica dell'uomo del cioccolato.
Lo so di essere finita dentro un progetto infame, e davvero vorrei crederti quando mi dici che posso cambiare le cose, che posso tirarmene fuori. Davvero, caro uomo del cioccolato, vorrei crederti ma ogni volta che chiedo qualcosa finisco sempre col stare peggio di prima.
Mi sembra di essere una di quelle cavie da laboratorio, sempre sottoposte a test. Nel mio caso il test è sempre quello :"Carichiamola ancora un po', vediamo quando verrà a chiederci qualcosa. Poi quando lo fa, carichiamola ancora."
Davvero, uomo del cioccolato, vorrei crederti che le cose possono cambiare, mi piacerebbe. Anzi, quando me lo dici tu, quasi le vedo già cambiate, ma siamo seri e razionali: quando mai parlare con quella creatura è mai servito a risolvere i miei problemi sul lavoro? Risposta: mai. Perché dunque questa volta dovrebbe essere diverso?

Lo so, dovrei pensare positivo, perché se credi che sia possibile allora potrai fare tutto quello che vuoi. Sulla carta è bello e perfetto, ma nella realtà un po' meno.
Tranquillo uomo del cioccolato, un tentativo lo farò, voglio crederti (sembro po' Mulder alle prese con gli alieni), voglio convincermi che, per una volta, se chiedo qualcosa la otterrò, devo solo prepararmi psicologicamente ad affrontare quell'infame. Affrontare l'ennesimo scontro e prepararmi al suo solito atteggiamento da opossum: fingersi morto.
Va bene uomo del cioccolato, se me lo dici così come posso non crederti?
Quello che voglio non lo ottengo, quello che non chiedo mi arriva tra capo e collo. Forse dovrei cominciare a chiedere quello che non voglio, così otterrei quello che voglio. Naaa con la fortuna che ho io, otterrei comunque quello che non voglio.

E' in momenti come questi che mi viene il magone, che quel grumo nero che nascondo sotto il tappetto spunta fuori riproponendomi all'infinito quello che so già.
Se vi dicessi che oggi non ho voglia di uomini, che se un figo mi proponesse una giornata di sesso selvaggio io gli risponderei di no, voi mi credereste? Eppure è così.

Oggi, se vi passassi accanto, non mi vedreste neppure. Oggi sono invisibile, domani magari vi darò una pacca sul sedere sfoggiando il mio solito sorriso. Oggi però sono invisibile e vi ascolto, vi guardo. Guardare è il mio passatempo preferito. Osservare le persone, le dinamiche, gli atteggiamenti, quello che dicono e, soprattutto, quello che non dicono.

Che ne dite se ci facciamo un giro di rhum? O birra, o quello che volete... Ci sediamo su una panchina come vecchi pensionati, e ci mettiamo ad osservare i passanti mentre ci passiamo la bottiglia, facendo commenti, facendo battute. Stiamo sotto il sole, finché dura, e semplicemente lasciamo che la giornata passi.

Vi va? Vi passo a prendere e ce ne andiamo a zonzo, senza una meta precisa, senza scadenze.


mercoledì 22 aprile 2015

Poche ciance e andiamo al sodo

Esatto, niente giri di parole, niente, raccontini, niente mascherate, a costo di sembrare (senza offesa) un uomo per questo mio pensare sempre al sesso, ve lo dico chiaramente: io, in questo preciso momento, voglio queste cose qui



Non mi importa l'ordine, ma le voglio, adesso!
E ho voglia anche di un gelato, si perché di cioccolata ne ho fin troppa.
E visto che siamo in vena di parlar chiaro: voi cosa volete? Dai dai, non fate i timidi che non vi crede nessuno. Voi di cosa avete voglia?

Ingannare l'attesa

E' così che mi devo mettere per aspettarti? E' così che devo attendere il tuo arrivo? Col sedere ben sollevato per te? Ricordo giusto?
Ti piacerebbe che ti aspettassi così? Pronta per te, in attesa che tu venga... che doppio senso intrigante, non trovi?
E cosa dovrei fare mentre ti aspetto in questa posizione? Potrei fare la lista della spesa, programmare la giornata, oppure... oppure potrei pensare a te, contare i minuti, i secondi che mi separano dal tuo arrivo. Potrei pensare alle tue mani su di me, dentro di me. Potrei pensare ai tuoi baci, alla tua lingua, al tuo cazzo.
Di che umore saresti? Saresti dolce, gentile e premuroso? Oppure saresti irruento e arrogante? Magari chissà, potresti essere entrambe le cose. E poi cosa faresti di me? Useresti solo le mani, useresti i miei giocattoli, mi lasceresti libera o mi legheresti? Che amante saresti  trovandomi così?
Quante cose a cui pensare mentre ti aspetto. Quante cose sui cui lasciare che la fantasia vaghi.
Però... però lo sai che mi piace disobbedire, lo sai che obbedisco agli ordini solo se, chi me li impartisce, sa come fare e soprattutto farsi rispettare. Ma è più bello giocare alla pari, è più piacevole non trovi? Lo so, lo so, tu non ti pieghi! Uffa!! Però lo ammetto, mi piace questo tuo lato di te, altrimenti saresti come gli altri e tu non lo sei.
E' noioso aspettarti in questa posizione, lo sai? Ma quand'è che arrivi?!
Ancora 5 minuti e poi mi rivesto.


martedì 21 aprile 2015

La teoria dei giochi

Il cellulare che vibra, sei tu. Mi stavo giusto chiedendo quando ti saresti fatto risentire.

"Domenica è stato fantastico. Tu sei stata fantastica. Averti a mia disposizione per un giorno intero, credo sia il sogno di chiunque ti conosca. Ho la scacchiera pronta quando vuoi la rivincita. Non vedo l'ora che tu perda di nuovo."

Sorrido, che sbruffone.


venerdì 17 aprile 2015

E' colpa della pioggia

Stavo guardando fuori dalla finestra, la pioggia cadere, bagnare i vetri e deformare il panorama. Guardavo quel mondo distorto, per certi versi alieno, e non so perché mi sono ritrovata a pensare a te.
Ai nostri discorsi, alla tua curiosità e alla mia di curiosità, davvero smisurata. Pensavo alla voglia che abbiamo entrambi, voglia di assaggiarci, di sentirci, di toccarci. Come hai detto tu: difficile ma non impossibile.
La pioggia... la pioggia ha sempre uno strano effetto su di me. Non è che mi renda triste, mi rende... domestica. Hai presente quando il gatto, di solito vagabondo, all'arrivo della pioggia si rintana a casa, magari acciambellandosi sulle ginocchia per dormire e farsi coccolare? Ecco, la pioggia mi fa lo stesso effetto. Mi accomoderei sulle tue ginocchia adesso, per un po' di coccole, farei le fusa strofinandomi su di te.
Ma sai come sono i gatti, sono imprevedibili: ora sono tranquilli che sonnecchiano e il momento dopo fanno il diavolo a quattro mentre giocano con una tua pantofola.
Ora sono sulle tue ginocchia a farmi coccolare, e il momento dopo ho voglia di giocare con te. Carezze e gesti delicati, alternati a gesti irruenti e forti. Un momento sono arrabbiata con te, e quello dopo ti cerco perché mi manchi.
Non dovrei dirti queste cose, poi magari ti monti la testa, ma è colpa della pioggia, delle nuvole scure che solcano il cielo come pesanti vascelli carichi di ricchezze.
Avrei voglia di rannicchiarmi accanto a te e guardare insieme il cielo, strofinarmi contro di te, baciarti piano e poi lasciarsi andare alla voglia, al bisogno del momento.
E' colpa della pioggia se ti dico che mi manchi, è colpa della pioggia se te lo dico qui. Magari leggerai queste parole sciocche, magari no e allora potrò non sentirmi in imbarazzo per averle dette. Quello che so è che continuo a guardare fuori dalla finestra, e lascio che la fantasia faccia ciò che la realtà non può fare.


Riunione alternativa

Arrivo per ultima alla riunione, e solo perché speravo che si fossero dimenticati di me. Per mia sfortuna così non è stato. Impreco sottovoce perché c'è il mio capo e uno dei pezzi grossi per cui lavoro. Le solite strette di mano per le presentazioni. Mi accomodo e mi prendo il tempo per osservare i partecipanti. Come pensavo sono l'unica donna, però due dei presenti non sono male.
La riunione ha inizio tra le ciance inutili dei pezzi grossi, e nella mia testa mi sto già lamentando, quando, voltando lo sguardo noto uno dei due carini che mi fissa, o meglio, fissa la mia scollatura.
Mi scappa un sorriso, non lo posso evitare. Lui distoglie lo sguardo cambiando posizione sulla sedia.
All'improvviso sono meno dispiaciuta di essere stata invitata alla riunione.
Mi accomodo meglio sulla mia di sedia, la scollatura bene in vista e lo osservo.
Eh si, non è male, alto, robusto, un po' di pancetta... ma a me non dispiace, ha le mani grandi. Immagino le sue mani infilarsi nella scollatura, scostarmi il reggiseno e toccarmi il seno, giocare con i capezzoli.
Sento chiamare il mio nome. Cazzo, devo stare più attenta. Ma la mia attenzione dura poco, l'altro uomo carino sta dicendo qualcosa, una battuta, guarda tutti ma è me che guarda più a lungo.
Ha una bella linea della mascella, è più basso e magro dell'altro, ma ha un bel sorriso. Finisco per pensare a lui in ginocchio tra le mie gambe, a leccarmi la figa.
Seguo il discorso solo in parte. Ecco che parla di nuovo il pezzo grosso, altre rogne in arrivo lo so. Sento uno sguardo su di me. Mi volto, ecco di nuovo quello con la pancetta che mi guarda.
Che succederebbe se mi alzassi e andassi a sedermi sulle sue ginocchia, e cominciassi a baciargli il collo? Cambio posizione sulla sedia lanciando un'occhiata alla forma tra le sue gambe. Uffa, non si vede bene!
OK dai, concentriamoci e fingiamo di seguire questa riunione. I buoni propositi durano si è no 10 minuti, il tempo che i pezzi grossi se ne vadano e io rimanga da sola con i due bellocci e la testa di cazzo che mi ha invitata a questa riunione. Continuo a cambiare posizione sulla sedia e non riesco a concentrarmi, tanto vale lasciar vagare la fantasia,
Tra i due, continuo a preferire quello con la pancetta, quindi è su di lui che finisco per sfogare le mie fantasie, e sul tavolo che ci separa....

Mi alzo in piedi e salgo in ginocchio sul tavolo. A gattoni lo raggiungo, nascondendo il viso sul suo collo, annusando il suo profumo. Una scia di baci e risalgo dal suo collo fino alla mascella e in fine alla sua bocca. Le sue mani si infilano nella scollatura, a toccarmi i seni, mentre le nostre lingue si rincorrono, esplorandosi. Sento sollevarsi la gonna e accarezzarmi il sedere, è l'altro, quello dal bel sorriso. Mi accarezza attraverso il tessuto delle mutandine.
L'uomo con la pancetta si alza e si slaccia i pantaloni liberandosi il cazzo non ancora del tutto eccitato. Mi afferra per i capelli, premendomi il viso contro il suo cazzo. L'altro nel frattempo, mi abbassa le mutandine, strizzandomi il sedere.
Le mie mani e la mia lingua si occupano di quel cazzo, che alle mie attenzioni si fa sempre più duro, sempre più eccitato. Altre mani e un'altra lingua invece giocano con la mia figa, allargo le gambe per facilitargli quel meraviglioso lavoro.
L'uomo con la pancetta rinsalda la presa sui miei capelli, spingendomi il suo cazzo in bocca, cominciando a scoparmi. Dall'altro lato l'uomo dal bel sorriso mi afferra per i fianchi, e sento il suo cazzo entrarmi nella figa con un'unico colpo che mi strappa un gemito. Sembra che si stiano dando il tempo, quei due uomini, a scoparmi, ma solo uno dei due raggiunge l'orgasmo. Soddisfatto esce dalla mia figa e si accomoda sulla sedia, i pantaloni ancora abbassati.
L'altro, l'uomo con la pancetta, mi sfila il suo cazzo dalla bocca, mi fa scendere dal tavolo, mi fa piegare in avanti per potersi occupare del mio culo. Entra piano, poco per volta. Arrivato fino in fondo comincia a scoparmi. Aggrappato alle mie spalle, le sue spinte si fanno sempre più forti finché non raggiunge l'orgasmo....

Il mio nome. Di nuovo qualcuno che mi chiama. Chi cazzo interrompe la mia fantasia?! Prendo appunti, ascolto per un altro paio di minuti e poi annuncio che devo andare, perché ho un altro impegno. Quasi una balla in effetti. Però in effetti ho un impegno... con tutte queste fantasie, adesso sono eccitata, e in un modo o nell'altro mi devo sfogare.

Ace


Lo so che non dovevo più parlare di sesso al lavoro, ma... non ho resistito.

giovedì 16 aprile 2015

Quella legge non scritta e il classico: Non ho niente da mettermi!

"Dovresti portare lei in riunione quando si veste così."
"Più che altro, dovrebbe indire lei le riunioni."
"Riusciremmo a piegare al nostro volere qualunque cliente."

Risultato, oggi ho una riunione.

Se c'è una cosa che odio, più di una riunione tra colleghi per l'avanzamento dei lavori, è una riunione con il cliente. C'è una regola non scritta che tutti conoscono tranne quel deficiente che mi ha "invitata" alla riunione, e cioè che il cliente non deve MAI conoscere chi effettivamente fa il lavoro. Lo sanno tutti, tranne quella testa di cazzo.

Questa mattina ordunque mi sono svegliata prima del solito, ho aperto l'armadio e ho pensato "E adesso cosa mi metto?", ed è cominciata la fiera dell'isteria femminile: questo no che sembro una spogliarellista, questo no che si vedono le tette, questo no che sembro mia nonna, questo non si intona con le scarpe, questo non si intona con i capelli.... Ecco, in certi momenti vorrei essere un uomo, che simili problemi non li ha. E' l'unico momento in cui vi invidio maschietti, si ok, c'è anche l'altro momento, ma sono gli unici, perché fondamentalmente a me piace essere donna.
Comunque, visto che si stava facendo tardi e io ero ancora mezza nuda (l'idea era andare al lavoro così, ma suppongo avrei fatto venire un infarto a qualcuno) ho preso le prime cose che mi sono capitate a tiro e fine della storia.

Mentre venivo al lavoro ,maledicendo le scarpe che avevo scelto, mi sono messa a riflettere sugli uomini che attualmente ho tra le mani, quelli effettivi non quelli che vorrei tanto ma mi sfuggono. C'è stato un tempo in cui riempivo una mano facendo il conto, adesso arrivo appena a due dita. Ma dicono che è la qualità che conta non la quantità e in effetti è vero. C'è però da dire che lo scopatore seriale che frequento, invece, applica la teoria della quantità piuttosto che della qualità, e poi arrivo al lavoro dolorante.

Con questi pensieri vi lascio immaginare quanto sarò concentrata alla riunione, seduta ad un tavolo in cui sarò l'unica donna, in cui immaginerò una scena più o meno come questa.

mercoledì 15 aprile 2015

Ti va di giocare?

Voglia insolente. 
Fame insaziabile.
Desiderio implacabile.
Capriccio di possesso.
Volere, desiderare, insistere.
Provocare, istigare.
Chi è predatore e chi è preda?
Ora dolce, ora cattiva.
Ora amante, ora confidente.
Ora bastarda, ora sottomessa.
Ora complice, ora avversaria.
In bilico, sempre in bilico.
Un'equilibrista in balia dei venti.
In balia dei capricci e delle passioni.
C'è qualcosa sotto la superficie, qualcosa.
Un segreto, una verità.
C'è da farsi male per scoprire cosa sia.
Qualcosa legato alla voglia.
Legato al desiderio, alla fame.
Capricci.
Voglia.
Ti va di giocare?


Quella donna

Era arrivato nel suo studio molto presto quel mattino. Aveva dormito male, i pensieri rivolti a quella donna. Per quante donne potesse frequentare, non che ne frequentasse poi molte comunque, alla fine era a lei che finiva per pensare. Era da un po' che non la sentiva, aveva provato a mandarle qualche messaggio, ma lei non aveva mai risposto. Era riuscito a non supplicare... almeno sperava di non averlo fatto.
Arrivato alla sua scrivania si mise a controllare gli appuntamenti, cercando di non pensare alla voglia che aveva di lei. Il suo cellulare annunciò l'arrivo di un messaggio:
"Buongiorno chérie, come stai?"
Era lei. Rilesse quella frase più volte. Poteva sembrare banale, ma con lei niente era banale. Un semplice come stai poteva significare molte cose, ad esempio che voleva vederlo. Le rispose:
"Buongiorno a te. Ho dormito male, e tu?"
La giornata proseguì, tra pazienti ed impegni vari, senza che lei rispondesse al messaggio. Ogni tanto controllava il cellulare: magari non lo aveva sentito, magari non prendeva. No, semplicemente lei non gli aveva risposto. A che gioco stava giocando?
Era quasi mezzogiorno quando lei finalmente rispose:
"Ho sempre immaginato gli psicologi seduti sulle loro poltrone a disegnare scene pornografiche mentre ascoltano le ciance dei loro pazienti, fingendosi interessati. Tu lo fai, chèrie?"
La gola gli si era seccata di colpo. Se la immaginò seduta sulla sua poltrona, nuda, gambe accavallate, con in mano solo il blocchetto per gli appunti e una penna, intenta a disegnare chissà quale oscenità. Si sentiva eccitato, mentre l'immaginazione galoppava, immaginandosela che allargava le gambe, sfiorandosi la figa con la penna.
Quando la sua segretaria annunciò l'arrivo di un paziente, quasi si lasciò sfuggire il cellulare di mano. Scosse il capo, per levarsi quell'immagine dalla testa. Con un po' di fatica ci riuscì, almeno fino a quando lei non gli mandò un altro messaggio.
"Quando curi i tuoi pazienti, non pensi mai a quello che facciamo su quel divano? A come mi scopi, a come mi fotti, a come ti lecco, a come ti succhio. Non pensi mai me? Non pensi mai a noi?"
D'istinto sollevò lo sguardo verso il divano e la rivide mentre lo provocava, mentre si spogliava. La rivide quelle infinite volte che avevano fatto sesso su quel divano, ma anche sul pavimento, o sulla sua scrivania.
"No. Non ci penso affatto."
Che altro poteva rispondere? Lo stava provocando, e lui non avrebbe ceduto. Un minimo di dignità per la miseria! Lei rispose subito questa volta.
"Ti adoro quando fai così."
Non si stupì più di tanto, aveva capito che stava mentendo. Lo conosceva bene, e lui la voleva. Le scrisse:
"Ti voglio."
Aspettò, ma lei non rispose. Era stata solo una provocazione? Lo avrebbe lasciato insoddisfatto? Era davvero così stronza? Cazzo, a che gioco stava giocando?!
"Anch'io ti voglio, chèrie."
Lei era lì, sulla porta, ad osservarlo. Dio, quel vestito le stava divinamente. Se la immaginò nuda, fu più forte di lui. Immaginarla però non gli bastava, voleva vederla nuda. Subito.
Le andò incontro, la trascinò dentro e chiuse la porta a chiave. Le prese il volto tra le mani e la baciò, gustandola come fosse una bibita fresca. Lei gli accarezzò i fianchi, strizzandogli il sedere.
Lui si mise a ridere: eccola lì, il suo diavoletto, sempre a fare qualcosa di insolito.
"Mi sei mancata" le disse mentre le sfilava la giacca, e poi la cintura.
"Quanto?" chiese lei sollevando le braccia perché lui le sfilasse il vestito.
"Ho fantasticato su di te per tutto il giorno" le confessò, mentre la spogliava. Sotto il vestito non indossava nulla, solo le autoreggenti.
Lei gli si avvicinò, strusciandosi su di lui. Gli prese una mano e gliela mise tra le sue gambe. Lui avvertì che era bagnata, eccitata. Le accarezzò le grandi labbra, lei si inarcò contro di lui.
"Ti voglio chèrie" gli disse lei.
"Quanto?" gli chiese lui.
Lei lo baciò, poi si mise in ginocchio davanti a lui, slacciandogli i pantaloni.
"Lascia che ti mostri quanto" disse prima di abbassargli i pantaloni e i boxer.
"Oh si" disse lui, appoggiandosi alla parete, e lasciandola fare: quella bocca insolente, quella lingua birichina, quelle mani curiose.... gli erano mancate, gli era mancata lei, gli era mancata quella donna.


lunedì 13 aprile 2015

Quando di lavorare non hai voglia

Quando di lavorare proprio non hai voglia, la mente tende a vagare verso lidi lontani e decisamente più invitanti.
Si ritrova, ad esempio, a fermarsi su certe immagini e a lasciarsi andare. Tipo questa immagine qui.


Quando non si ha molta voglia di lavorare, si immagina, si fantastica. Cosa che non si dovrebbe fare perché, se già prima non avevi molta voglia di lavorare, dopo che ti metti a fantasticare, la voglia di lavorare muore definitivamente e si sveglia un altro tipo di voglia.

Anche oggi sono lontana dal mio uomo del cioccolato, il lato positivo è che da domani dovrei lavorare a stretto contatto con lui. Non mi vedete, ma posso garantirvi che ho un sorriso birichino stampato in faccia. Perché se unite il pensiero di lavorare gomito a gomito con l'uomo del coccolato all'immagine di cui sopra... voi capite che di lavorare non ho proprio voglia, anzi, non ci penso per niente al lavoro, penso ad altro.

Tipo qualcosa che assomiglia a quanto raffigurato nell'immagine, ma è solo un antipasto. Tipo qualcosa che riguarda una scrivania....

OK, la pianto e tento di mettermi al lavoro.
Ci provo...

venerdì 10 aprile 2015

Una volta ero normale

Una volta ero normale, davvero. Cioè la definizione di normale ha notevoli lacune (nel mio lavoro si direbbe che non compila), quindi non sono del tutto sicura che normale sia la definizione più corretta per quella che ero tempo fa. Diciamo che una buona dose di follia l'ho sempre avuta, ma ero... una insospettabile ecco.

Questa mattina alzandomi da letto di corsa, perché ero in ritardo, e notando che ero nuda (non ricordavo di essermi infilata a letto in quello stato), ho cominciato a domandarmi quando ho iniziato ad abbandonare la strada della normalità per passare a quella più.... esuberante? Vogliamo chiamarla così?

Con la memoria  sono andata parecchio indietro. Da bambina ero gelosa, bugiarda e decisamente grassa. OK, magari andiamo un po' più avanti nel tempo. Alle superiori ero triste, meno bugiarda, mi vedevo un cesso, ed ero grassa. Uh, che periodo di merda le superiori! Ma anche per voi è stato così? Maremma, meglio non pensarci.

Poi Madre Natura e il suo straordinario senso dell'umorismo (che capisce solo lei evidentemente) ha deciso di tirarmi qualche mazzata costringendomi a fare due cose: cambiare alimentazione e fare sport.
Ricordo che lavoravo già da un anno quando comprai il mio primo paio di pantaloni taglia 44, e in quel momento ero la persona più felice del mondo. Però ero ancora normale. Forse perché mi vedevo ancora un cesso e mi sentivo ancora grassa. Non che adesso sia Miss Universo eh, o sia diventata magra come un grissino. Non sarò mai magra, avrò sempre le curve morbide e tutto il resto, ma almeno non sono un botolo.

Si, ma quand'è che ho cominciato davvero a mettere abiti attillati senza vergognarmi, e soprattutto col preciso intento di far prendere un colpo agli uomini? Quand'è che ho cominciato stuzzicarli a provocarli e a giocare con loro? Quand'è che ho cominciato ad essere esibizionista, esuberante e, come mi ripete più di qualcuno, porca?

Credo di poter affermare che a risvegliare davvero la mia natura dormiente sia stato Chèrie. 
Vedete, alla fine la mia vita gira sempre attorno agli uomini (è tutto un giramento di palle la vita, no?). E' stato lui a tirare giù dalla branda l'altra me stessa, la vera me stessa. No tranquilli, non comincerò a lagnarmi e a disperarmi per lui. Basta, è un capitolo chiuso, fantastico capitolo ma chiuso. Però in effetti è stato con lui che ho cominciato ad indossare la corona, è stato con lui che ho capito che ero tanto triste e infelice perché mi stavo reprimendo. Mi stavo castrando, e dovevo incolpare solo me per questo!

Ecco dunque quand'è che ho cominciato ad essere Ace. Più o meno anche con l'apertura di questo blog. Ogni tanto sono ancora la bambina invisibile brutta e grassa, tutte le donne si portano appresso un'immagine così. Ma, c'è sempre un ma, io sono Ace. Una donna che ama ridere, un filino cinica e realista, che ama provocare, a cui piace attirare l'attenzione, raggiungere il limite e qualcosina di più. Quella che prima o poi si metterà nei guai, quella con tanta fantasia e una voglia infinita di osare. Quella che non riesce a piegarsi, quella che non riesce a sopportare gli ordini, quella che ama toccare, sfiorare. Quella che ama gli odori e i sapori, Quella cocciuta e testarda.
Non sono solo questo, c'è tantissimo sotto la superficie, ma una donna non svela mai tutto di se stessa, altrimenti che divertimento c'è?

Perché questo post? Mi andava di parlare un po' con voi, e poi mi hanno proibito di scrivere altri post di sesso in ufficio ;-)

OK dai, vi lascio, vi ho già triturato anche troppo i maroni con questo post. E, per la cronaca, poi l'intimo l'ho messo questa mattina, ma tra jeans attillati e camicetta aderente, lascio poco all'immaginazione. E' venerdì e ho mi sono svegliata col guizzo perverso.

Haloa!


giovedì 9 aprile 2015

Desideri del mattino

Ho sonno. Questa mattina sul serio ho davvero sonno. Forse perché la giornata di ieri è stata un po' strana (ok, parecchio strana), e quindi oggi avrei avuto bisogno di almeno una ventina di ore di sonno per riprendermi. Infatti mi sono alzata tardi, con la conseguenza di beccare un po' più di traffico (che cavolo compri un bestione di auto se poi non sai guidare nemmeno un triciclo?).

Ieri sera avevo decisamente bisogno di un massaggio, ma visto che mi mancava un massaggiatore disponibile, ho fatto da me. Probabilmente è anche per questo che poi, andando a letto, sono proprio crollata. La cosa bella è che all'inizio volevo solo darmi una massaggiata alla gamba (maledetto menisco del cavolo!), poi però, come al solito, l'istinto del momento ha preso il sopravvento e così ho finito per spogliarmi e farmi un massaggio total body. OK, fatto da qualcun altro sarebbe stato meglio, però anche da soli non è malaccio.
Devo ricordarmi di farlo più spesso, perché a volte dimentico di prendermi cura di me stessa. Sono talmente presa dal lavoro e dagli altri (leggi uomini), che mi dimentico di me e di quello che vorrei io.

Diciamo che se dovessi proprio seguire sempre quello che voglio io... sarebbe davvero un problema, ma almeno una volta ogni tanto devo ricordarmi assecondare i miei desideri.

Ecco ad esempio adesso, se potessi esprimere un desiderio, me ne tornerei a letto, almeno per un altro paio di ore. Poi mi alzerei, indossando solo una vestaglia di seta nera (non so perché nera, ma è un desiderio quindi...) e farei colazione con il mio the nero, una fettina di torta con un po' di miele al limone, mentre faccio un sudoku. La luce del mattino che entra dalla finestra, fare progetti per la giornata, prendendosela con calma, senza lo stress da scadenze e menate varie.

aahhh sarebbe divino fare una giornata così!! E invece niente. Io, il mio portatile, la mia scrivania scomoda e il mio lavoro. Per lo meno è giovedì e c'è il sole.
Perché mi è bastato dire sole per scatenare fantasie strane? Dai ciccia, lasciami in pace almeno una mezza giornata, ho sonno! Ok, è inutile mi tocca assecondarla altrimenti non riuscirò a combinare niente oggi.

Ci si vede bella gente.

mercoledì 8 aprile 2015

Non immaginavo fossi così

I colleghi se ne stanno andando tutti. Io invece sono ancora qui. Però ci sei anche tu. Dopo esserci stuzzicati per tutto il giorno, siamo entrambi al limite, ma nessuno dei due vuole cedere. Le luci in corridoio si spengono. Che palle sono l'unica deficiente che lavora tanto.
Sento che ti muovi nella tua stanza, vedo la luce spegnersi. E così te ne vai lasciandomi insoddisfatta? Cazzo che delusione, io ho ancora voglia.
Lancio la stampa e mi alzo per andare a prenderla. Spero che nessuno l'abbia inceppata, perché altrimenti è la volta che la sfascio quella dannata stampante. Per fortuna non è inceppata, prendo la stampa per tornare alla mia scrivania, se va bene per oggi ho finito. Sto guardando i dati sulla stampa quando all'improvviso mi sento afferrare per un braccio. Lancio un grido di sorpresa, poi riconosco il tuo odore.
Mi trascini nella tua stanza. La luce è spenta, l'unica luce è quella che proviene dai lampioni nel parcheggio.
"Mi hai fatto impazzire per tutto il giorno."
Mi togli di mano a stampa e mi baci, impaziente, passionale. Con le mani ti accarezzo il torace, questa mattina, presa dalla foga, non ti ho neppure toccato, non mi sono presa il tempo. Con le mani scendo, ma tu me le fermi.
Mi trascini fino alla tua scrivania. Mi accorgo appena che l'hai sgomberata, prima che tu mi faccia piegare, il volto premuto sul tavolo, le gambe divaricate, le braccia allungate sulla scrivania.
"Non sai quante volte avrei voluto sbatterti su questa scrivania."
Mi sollevi la gonna, accarezzandomi le natiche, i fianchi, sfiorandomi la figa.
"Devo vederti nuda."
Mi fai alzare, cominci a sbottonarmi la camicetta, ma le tue dita sono impacciate, hai fretta. Te le allontano e lo faccio io per te, ma lo faccio lentamente. Un bottone alla volta, attenta a non scoprirmi ancora. Allunghi le mani, te le schiaffeggio. Ti dico di stare buono. Tu imprechi, ma obbedisci.
L'ultimo bottone, ma non mi sfilo la camicetta, prima mi tolgo la gonna. Tu fai qualche passo indietro, per potermi guardare. Allora mi sfilo anche la camicetta.
Restiamo in silenzio, io appoggiata alla tua scrivania, tu a quella del tuo collega. Ho voglia e sono eccitata, che cosa aspetti?
In fretta ti togli la maglietta, poi ti fermi.
"Toglimi i pantaloni."
Ti stai facendo audace, stai cominciando a capire come si gioca. Mi piace. Mi avvicino a te. Prima la cintura, poi la cerniera. Lentamente ti faccio scendere i pantaloni, fermandomi un momento, il volto all'altezza del tuo cazzo, ci strofino il naso, sei duro ed eccitato. Finisco di sfilarti i pantaloni e mi rialzo.
"Non immaginavo fossi così."
Mi dici spingendomi di nuovo contro la tua scrivania. Mi sollevi per farmi sedere, spalancandomi le gambe, accarezzandomi mentre io faccio lo stesso con te. Le nostre bocche si toccano, si cercano, si bramano.
Le tue dita si infilano nella mia figa, emetto un gemito di sorpresa. Mi fai stendere, ti metti in ginocchio, mettendoti le mie gambe sulle spalle e cominci a leccarmi.
Oh Dio, se avessi saputo che eri così bravo, non avrei aspettato così tanto per farmi avanti. E quelle dita.... oh così veloci sulla tastiera sono così esperte su di me.
Ho il respiro affannato, mi inarco ad ogni affondo della tua lingua dentro di me, sto quasi per raggiungere l'orgasmo, è lì, vicinissimo, ma tu ti fermi.
Il mio no risuona nel silenzio della stanza. Ti voglio dannazione, perché ti fermi? Ti stai vendicando?
Ti rialzi, ti allunghi su di me per baciarmi. Hai preso qualcosa che non riesco a vedere. Ti rimetti al tuo posto, e sento qualcosa di duro infilarsi nella mia figa. Emetto un gemito. Ricominci a tormentarmi, questa volta concentranti sul mio clitoride mentre spingi più a fondo quell'oggetto dentro di me. Vorrei sapere cos'è ma l'arrivo dell'orgasmo interrompe i miei pensieri.
Ritorno alla realtà, mi stai sfilando l'oggetto dalla figa. Ti chiedo cos'era. Non rispondi, me lo mostri e basta: il mouse, coperto dalla mia eccitazione. Questo si che si chiama uso improprio dell'attrezzatura d'ufficio, penso con un sorriso. Abbandono la testa sulla scrivania.
"Non rilassarti troppo, abbiamo appena cominciato. Ricordi? Voglio il tuo culo."
Mi costringi ad alzarmi e mi fai voltare. I seni premuto sul tavolo, il sedere sollevato verso di te.
"Mi è sempre piaciuto il modo in cui lo muovi quando cammini. E poi è così morbido ed invitante."
Non smetti di accarezzarlo, di strizzarlo, di tormentarlo.
"Voglio scopartelo."
Ti dico che ho del lubrificante in borsa. Non rispondi, poi mi dici di andarlo a prendere. Mi rialzo e faccio per avviarmi, ma mi fermi.
"Vacci in ginocchio."
Bastardo, ti stai divertendo eh? Mi metto a quattro zampe e mi avvio verso la mia stanza, varcata la soglia mi rialzo e prendo la borsa. Se mi vedesse qualcuno adesso... maledetti uomini, e il debole che ho per loro!
"Ti avevo detto in ginocchio."
Faccio un salto per lo spavento. Sei appoggiato allo stipite della porta, ti sei tolto i boxer, per nulla preoccupato che possano vederti. Ti ignoro, prendo il lubrificante e te lo lancio. Non lo afferri e questo cade a terra.
"Raccoglilo."
Te lo scordi caro mio, io non accetto ordini. Tu ti metti a ridere. Questo è davvero troppo, vorrei rivestirmi e andarmene, ma i vestiti sono rimasti nella tua stanza. Sono furiosa con te.
Ti scosti dalla porta, afferri il lubrificante e vieni verso di me. Sono furiosa con te, ma allo stesso tempo ho ancora quella maledetta voglia addosso.
Mi afferri per i capelli e mi spingi sulla scrivania, con una mano mi trattieni, con l'altra cominci a massaggiarmi il sedere, a massaggiarmi l'apertura.
"Mi piace che non ti sottometti. Sarebbe troppo facile altrimenti."
Mi lubrifichi l'ingresso, infilando prima un dito, poi, forzando un po', anche un secondo. Io mi contorco a quell'invasione, senza riuscire a trattenermi dal gemere, mugugnare. Sfili le dita per infilarti piano dentro di me. Spingi e ti fermi, spingi e ti fermi, finché non sei entrato del tutto.
Muovo il bacino, sentendo la mia carne adattarsi al tuo cazzo. Cominci a muoverti. Da principio lentamente, poi sempre più veloce. Ora le spinte si fanno prepotenti e decise. Il bordo della scrivania mi sta ferendo le cosce mentre tu continui a spingere dentro di me, sempre più forte. Ti aggrappi a me mentre raggiungi l'orgasmo.
Ancora dentro di me, porti una mano alla mia figa bagnata, al mio clitoride. Cominci a stuzzicarlo, a torturarlo. Lo strizzi ed io emetto un grido eccitato. Mi fai raggiungere l'orgasmo così, sulla tua mano, con il tuo cazzo ancora dentro di me.
Quando crollo esausta sulla scrivania, finalmente lo sfili da me. Mi accarezzi la schiena, il sedere. Ti chini a darmi un bacio su una spalla.
"Non avevo idea fossi così. Ma adesso che lo so..."
Non termini la frase, mi dai un altro bacio sulla spalla, mi prendi per mano e mi riporti nella tua stanza, dove mi aiuti a rivestirmi.
Facciamo tutto questo in silenzio, le parole non servono, i nostri corpi hanno già parlato per noi.


Tu mi vuoi

Una partita. Un assalto continuo da ambo le parti.
Io, a passarti vicino per poi ignorarti, piegarmi per indicare qualcosa ad un collega e mostrarti il mio culo, che entrambi sappiamo essere coperto solo da quella gonna.
Tu, ad aprire quel cassetto in mia presenza, i colleghi a chiederti di chi è quell'intimo. Tu che alludi ad una collega. Tutti a domandarsi chi sia che se ne va in giro senza intimo. Lo sai che stanno pensando a me, mi hanno davanti. Che gran bastardo!
Alla riunione, mi accomodo vicino a te, per allungare la mano sotto il tavolo e toccarti il cazzo, a stuzzicartelo. Incespichi sulle parole mentre esponi l'avanzamento dei lavori. Sotto il tavolo c'è qualcos'altro che avanza. Sei al limite, allora mi alzo, per lasciare il posto ad un collega ritardatario. Ti sento imprecare sottovoce. Sorrido compiaciuta.
In attesa dell'ascensore mi aggiusto la gonna, quando una manata sul culo mi fa sobbalzare. Di nuovo tu.
"Bel gioco di mano" mi bisbigli all'orecchio prima di andartene, non prima comunque di avermi sbottonato un bottone della camicetta. Proprio in quel momento le porte dell'ascensore si spalancano e io mi affretto a coprire la scollatura con i fogli che ho in mano. Adesso tocca a me imprecare.
Vieni nel mio ufficio, per parlare con un collega, decido di mangiare il mio spuntino. Guarda un po' una banana. Da dove sei messo, solo tu puoi guardarmi e lo fai. Una rapida occhiata mentre la sbuccio, un'altra occhiata mentre la lecco come ho fatto col tuo cazzo questa mattina. Ti schiarisci la voce e chiedi al collega di ripetere perché credi di non aver capito. Cerchi di concentrarti, ma io continuo a provocarti, mangiando la mia banana. Ti vedo lanciarmi delle occhiate sempre più insistenti. Te ne vai senza neppure guardarmi, i fogli che tenevi in mano però ti coprono l'inguine.
Un messaggio, sei tu.
"Troia bastarda."
Sorrido sempre più compiaciuta mentre ti rispondo per le rime.
Andiamo avanti così per buona parte della giornata, provocandoci l'un l'altro, ma tu stai perdendo e lo sai, ma credo che non ti importi.
Vuoi cedere, lo so, lo capisco dal modo in cui mi osservi quando passo, quando entro nella tua stanza per qualcuno che non sei tu.


Ho voglia

Ho voglia.
Quella voglia che si insinua sotto pelle. Quella voglia capace di tormentarti per ore. Quella voglia intrigante e maliziosa. Quella voglia che ti fa correre rischi, quella voglia priva di logica ma fatta di puro istinto.
Ho voglia.
L'ufficio è quasi deserto. Ci sono solo io. Ci sei solo tu. Stai già lavorando?
Ho voglia.
Una voglia che fa fare cose stupide e assolutamente magnifiche.
Non posso stare ferma. Mi alzo in piedi e osservo la stanza. L'immobilità degli oggetti, il ticchettio dei tasti della tua tastiera. Vorrei essere quella tastiera in questo momento. Vorrei essere quel dannato mouse e quella sua perversa rotella.
Dannazione! Premo il bacino contro il bordo del tavolo, una piccola scarica. Sono eccitata, e tu sei dall'altra parte della parete. Così vicino....
Ho voglia dannazione. Ho voglia.
Osservo lo spigolo del tavolo, mi avvicino e comincio a strusciarmi contro di lui, contro quello spigolo così innocuo. Sono sempre più eccitata. E tu sei sempre intento a battere le dita su quella tastiera.
Basta. Non ce la faccio. Ho troppa voglia.
Con passo incerto mi avvio. Entro nella tua stanza. Non mi noti subito, troppo concentrato. Ti accorgi di me solo quando ormai ti sono vicina.
"Ciao."
Non rispondo, ti faccio voltare e mi metto in ginocchio tra le tue gambe. Guardi me, poi ti guardi attorno. Eccitato, spaventato, combattuto.
Ti slaccio i pantaloni. Non mi fermi, smetti di guardarti attorno e semplicemente mi guardi. Mi guardi mentre te lo sfilo dai pantaloni. Mi guardi mentre nascondo il viso nel tuo inguine per annusare il tuo odore. Mi guardi mentre la mia lingua comincia ad accarezzati.
Non mi fermi. Non mi tocchi. Semplicemente mi guardi e ti godi il viaggio. Il tuo cazzo di sicuro si sta godendo il viaggio. Lo sento eccitarsi tra le mie mani, lo sento indurirsi e ingrossarsi nella mia bocca. 
Muovo il bacino, eccitata, desiderando di averti dentro di me. Mi infilo una mano sotto la gonna. Ho le cosce bagnate, la figa eccitata.
Ho voglia.
Finalmente mi tocchi. Mi afferri per i capelli, costringendomi ad alzarmi.
"Togliti le mutandine."
Sollevo la gonna e me le tolgo, incurante del fatto che da un momento all'altro qualcuno potrebbe passare in corridoio, qualcuno potrebbe persino entrare nella stanza. Non mi importa. Mi sfilo le mutandine. Sono fradice. Te le consegno. Tu le annusi, poi mi afferri per i fianchi e mi fa sedere a cavalcioni su di te.
Comincio a muovermi, a strusciarmi contro il tuo cazzo eccitato. Mi sollevi la camicetta, infili le mani per accarezzarmi la pelle, strizzarmi i seni.
Ho voglia, perché non lo capisci? Perché non fai niente per soddisfarmi?
Mi sbottoni la camicetta, me la sfili lasciandola cadere a terra, seguita subito dopo dal reggiseno. Dio, potrebbe entrare qualcuno e finirei nei guai, lo so. Affondi il viso sul mio seno, mordicchiandolo piano. Non mi importa più se mi vedono. Ti voglio. Ti sto implorando. Mi afferri per i fianchi, mi strizzi le natiche e finalmente mi fai abbassare sul tuo cazzo. Lo sento entrare dentro di me. Sono così eccitata. Comincio a muovermi, ma tu mi blocchi, vuoi essere tu a dettare il ritmo. Mi mordo un labbro. Mi stai tormentando, mi stai torturando. Scopami cazzo!
E tu lo fai, inizi a scoparmi. Soffochi i miei gemiti con un bacio mentre raggiungiamo l'orgasmo, prima io e poi tu.
Mi abbandono contro il tuo petto. Non mi sono neppure resa conto che io sono quasi nuda e tu invece, ancora completamente vestito. Mi sollevo piano, sento il tuo cazzo uscire dalla mia figa. Mi sento svuotare, vorrei rimettermelo dentro, ma davvero non posso. Potrebbe passare qualcuno.
Scendo dalle tue gambe, ti lecco il cazzo, per ripulirtelo. Poi mi volto per recuperare il reggiseno e la camicetta.
Tu ti rivesti, poi mi prendi dalla mano il reggiseno.
"Solo la camicetta."
Bastardo. Lo sai che si vedrà, lo sai che si noterà che sono senza reggiseno. Sto al gioco, ti farò pentire di avermi sfidato. Mi infilo la camicetta e la riabbottono, mi risistemo la gonna. Mi allungo per prendere le mutandine che hai appoggiato sulla scrivania, ma mi blocchi.
"Solo la gonna."
Due volte bastardo. Tu prendi il mio intimo e lo metti nel cassetto, tra fogli e matite, tra schemi e appunti. Poi richiudi il cassetto e mi guardi. Non resisto e ti bacio. Mi accarezzi il seno attraverso il tessuto della camicetta. Scendi verso i miei fianchi, verso il mio sedere. Ci separiamo a fatica.
"Avrò anche il tuo culo prima di sera."
Me lo dici come una promessa, come una certezza.
Bastardo, sono davvero così prevedibile? Uomini, la mia dannata debolezza! Te la farò pagare vedrai. Ti farò ingelosire così tanto che non resisterai fino a questa sera, mi sbatterai al muro molto prima. Sono pur sempre la regina, questo è il mio gioco.
Mi allontano senza risponderti, ancheggiando. Ti sento emettere un sospiro. Torno alla mia scrivania, sedermi mi costa fatica, l'eccitazione che continua a bagnarmi le cosce.
Il mio cellulare annuncia l'arrivo di un messaggio. Lo leggo. E' da parte tua.
"Troia."
Sorrido, guardo il muro che ci separa, ripenso a quello che abbiamo appena fatto, alla tua promessa e rispondo al tuo messaggio: "Bastardo."
Mi metto al lavoro, concentrata, efficiente. Ignorando l'eccitazione del gioco, la voglia insistente e perversa.


martedì 7 aprile 2015

Seduttore psichico

"Il seduttore psichico mette infatti in atto una seduzione mediata poiché ha bisogno di «tempo» per predisporre i suoi piani, e anzi egli fa del tempo stesso uno strumento di seduzione. Il suo obiettivo non è tanto quello di possedere una donna fisicamente, quanto quello di possederla psichicamente. Il suo godimento è frutto d'un egoismo raffinato e sottile in quanto consiste non già nel far godere la donna ma, viceversa, nel condurla a uno stato di soggiogamento totale, senza essere a sua volta soggiogato in quest'opera di seduzione. "

Non era lui

Appuntamento dopo il lavoro. Sapevano entrambi che non era per un aperitivo o per una chiacchierata, era per scopare. Lo sapevano benissimo entrambi, e ad entrambi andava benissimo così. Si diedero appuntamento in un parcheggio, uno dei pochi coperti della zona, non lontano da dove lavorava lei, a quell'ora anche relativamente tranquillo.

Lei lo attendeva, appoggiata al cofano dell'auto, le braccia incrociate, la mente altrove... e dove se non ad un uomo. Non all'uomo che stava aspettando ma all'uomo per cui, sotto la gonna, non stava indossando le mutandine, l'uomo per cui si sentiva eccitata mentre l'aria fredda si insinuava sotto la gonna. Non era l'uomo che stava aspettando in quel parcheggio, ma era l'uomo a cui stava pensando.

Una voce la stava chiamando. Lei sollevò lo sguardo, per un momento ancora assorta nei suoi pensieri, poi lo riconobbe e sorrise. L'uomo che stava aspettando era arrivato.
Pochi convenevoli prima di concedersi un bacio, un bacio che si faceva sempre più avido mentre lui la spingeva sul cofano dell'auto. L'avrebbe anche scopata lì, ma si trattenne, la prese per mano e la condusse in un angolo del parcheggio, un angolo buio.
Messa all'angolo ricominciò a baciarla, questa volta infilando le mani sotto la giacca di pelle di lei, a palparle i seni. Lei a strusciarsi contro il suo inguine, vogliosa. Le mani a cercarsi.
Lei lo allontanò per riprendere fiato. Mentre lo faceva, gli slacciò i pantaloni, abbassandoli quel tanto da poter sfilare il cazzo eccitato. Si mise in ginocchio davanti a lui, il cemento duro e freddo del pavimento le ferì le ginocchia.

Non era all'uomo che aveva davanti che pensava mentre leccava quel cazzo eccitato. Non era all'uomo che aveva davanti che pensava mentre lo succhiava e lo avvolgeva con la lingua. No, nella sua mente c'era un altro uomo. Pensieri e desideri discordanti ruotavano attorno a quell'uomo a cui stava pensando.

Erano gesti meccanici quelli di lei, come se fosse fuori fase, ma lui non se ne accorse. Non se ne accorse neppure quando l'allontanò, la fece alzare e girare, per poterla scopare. Non se ne accorse mentre le sollevò la gonna, esponendola a chiunque fosse passato di lì, non se ne accorse mentre la inculava, scopandosela aggrappato ai fianchi di lei.

Una mente e un corpo divisi erano quelli che si stava scopando quell'uomo. Lei lo sapeva, ma quella maledetta mente non voleva concentrarsi. Fu quando lui le diede uno schiaffo sulla natica che mente e corpo si riallinearono.

Lui venne con un'ultima spinta, lei eccitata, ma ancora insoddisfatta. Con una mano cominciò a toccarsi, conosceva il suo corpo, sapeva cosa doveva fare per darsi piacere.

All'improvviso voleva chiudere in fretta quell'incontro, voleva andarsene di lì. All'improvviso, quell'uomo aveva perso tutta l'attrattiva, ma lui non lo sapeva, e non se ne accorse quando si scambiarono un'ultimo bacio prima tornare ciascuno alla propria auto.

La promessa di richiamarsi, di risentirsi. Lui lo avrebbe sicuramente fatto, quando la voglia sarebbe tornata, ma lei?


lunedì 6 aprile 2015

Segui l'istinto

Erano ore che la stava guardando dormire. Osservava l'espressione rilassata del suo viso, il lento movimento del suo petto muoversi. Osservava la strana posizione in cui finiva sempre per dormire, rannicchiata su se stessa, ma con le mani protese, come se stesse cercando qualcosa, o magari qualcuno. La osservava senza riuscire a dormire.
Lei stava sognando? E in quel caso, che cosa? Chi c'era nei suoi sogni e nei suoi pensieri? Aveva appena superato un brutto periodo e stava cercando di rimettersi in piedi, e la prima persona da cui lei era andata era stata proprio lui. Ne era stato orgoglioso, ma allo stesso si chiedeva quale relazione malata dovesse mai esserci tra loro. Non potevano stare insieme e allo stesso tempo non potevano stare lontani. Lui non poteva starle lontano, ma lei?
All'improvviso si sentì preso dalla rabbia e dalla gelosia. Quella donna, che nel sonno appariva così docile e delicata, attirava gli uomini come il miele attira le api. Raramente si negava, e lui doveva accontentarsi di dividerla con altri, altri che, ne era sicuro, non la meritavano neppure lontanamente.
Li disprezzava, ma non riusciva ad odiare lei. Avrebbe voluto, avrebbe tanto voluto.
Facendo il più piano possibile, si voltò per aprire uno dei cassetti del comodino, quello dove lei teneva le sciarpe e i foulard. Era alla ricerca del foulard giusto, quando si imbatté nel diario di lei.
Sapeva che lei teneva un diario, ma trovarselo lì, a portata di mano... e se lo avesse aperto? Cosa avrebbe trovato? No, meglio di no. Lei si sarebbe arrabbiata, lo avrebbe odiato per quell'invasione. Essere il suo terapeuta si, ma leggere il suo diario no. Alla fine agguantò uno foulard e richiuse il cassetto.
Con delicatezza le afferrò i polsi, legandoli tra loro. Facendo bene attenzione a non svegliarla, le sollevò le braccia per legarla al letto. Una ciocca di capelli le scivolò sul viso. Lui le sistemò i capelli dietro l'orecchio, con fare premuroso.
Ma che sto facendo? si chiese, Perché l'ho legata?
Il suo corpo si muoveva da solo, seguendo l'istinto, seguendo una voglia a cui non aveva mai voluto dare forma. Lentamente le allungò le gambe, per poterle sfilare le mutandine, gettandole poi sul pavimento.
Gli piaceva il suo corpo, gli piacevano quelle curve, quella morbidezza. Le accarezzò i fianchi, le cosce, avvicinò il viso alla sua figa, inspirando a fondo.
Che diavolo sto facendo? si chiese di nuovo, senza riuscire a smettere di farlo. Sollevò lo sguardo, ma lei aveva ancora gli occhi chiusi, addormentata, persa in chissà quale sogno.
Le sollevò le ginocchia, divaricandole un po' le gambe, per potersi accomodare tra di esse. Avvicinò di nuovo il volto alla sua figa, strofinando il naso sulle grandi labbra. Lei emise un gemito, lui sollevò la testa per vedere se si fosse svegliata, ma stava ancora dormendo.
Cominciò a leccarla piano, sfiorandola con le dita, allargando appena quelle grandi labbra così carnose. Lei si stava bagnando e lui inspirava a fondo quel magnifico odore.
Dovrei smetterla, non è giusto nei suoi confronti.
Si, avrebbe dovuto fermarsi, ma non riusciva a smettere di leccarla, di assaporarla, sentirla aprirsi poco per volta sotto l'assalto delle sue dita, della sua lingua. Non riusciva a smettere di gustarla, di averla tutta per se, completamente alla sua mercé, anche solo per un momento, anche se stava barando. Non riusciva a smettere ora che sentiva il suo clitoride così eccitato.
I gemiti di lei gli arrivavano come da un luogo sconosciuto, era troppo concentrato su ciò che stava facendo per rendersi conto che lei si era svegliata, che aveva allargato ancora di più le gambe, che era scossa dagli spasmi dell'orgasmo che lui le stava provocando.
Lui continuava ad assaporarla, a tormentarla in ogni modo possibile. Solo quando lei urlò all'arrivo di un altro orgasmo lui sembrò ridestarsi, rendendosi conto di cosa stesse facendo.
"Scusami... davvero... non so che mi è preso..." iniziò a dire, farfugliando più che esprimendo un concetto chiaro.
"Taci" disse lei riprendendo fiato, la pelle sudata, il corpo ancora in preda alle scariche di eccitazione. "Perché ti scusi?" chiese poi leccandosi le labbra, gli occhi chiusi.
"Ho approfittato di te" rispose. Da una parte si sentiva in colpa, dall'altra invece avrebbe voluto continuare.
"Ero sveglia già mentre mi legavi, se non avessi voluto, ti avrei fermato molto prima" disse lei aprendo finalmente gli occhi per osservarlo.
"Perché non lo hai fatto?" chiese lui.
"Sei eccitato chèrie, perché non finisci ciò che hai iniziato?" disse lei, rispondendo ad una domanda con un'altra domanda. "Segui l'istinto, come hai fatto prima" aggiunse, la voce appena un bisbiglio.
Lui chiuse gli occhi, combattuto. Si, era eccitato, tremendamente eccitato, e la voleva, la voleva da star male, allora perché non abbandonarsi e basta?
Non attese di darsi una risposta, si sfilò i boxer, l'afferrò per le gambe e la penetrò, senza preliminari, senza delicatezza. La scopò e basta, seguendo l'istinto, seguendo l'urgenza dettata dalla voglia, dal bisogno, e mentre la scopava, la osservava sorridere, sorridere compiaciuta.