venerdì 26 settembre 2014

Non voglio scoparti, voglio prendermi cura di te

Se ne stava seduta al tavolo della cucina, davanti al portatile, con le  gambe rannicchiate contro il petto. Era così concentrata a scrivere che non si accorse che lui era sulla soglia a guardarla.
"A cosa lavori?" le chiese lui rompendo il silenzio. Lei sobbalzò.
"Mi hai fatto prendere un colpo!" disse.
"Scusami" disse lui raggiungendola. "A cosa stai lavorando?"
"Una recensione" rispose lei.
"Posso leggere?" chiese. Quando un lavoro non era finito, non le piaceva che qualcuno lo leggesse.
"Si, tanto è finita" rispose lei, girando il portatile e massaggiandosi la schiena.
Lui lesse con attenzione, accennando qualche sorriso .
"Allora ti è piaciuto" commentò alla fine.
"Dovresti leggere meglio" disse lei sorridendo.
"Che vuoi dire? Hai detto che i racconti erano belli..." disse lui fissandola, sembrava stanca.
"Guarda, di questo racconto dico molto carino" disse lei indicando il monitor.
"Non lo era?" chiese allora lui.
"Quando uso la parola carino, significa che era infantile e lagnoso. Metto carino ma in realtà avrei preferito leggere altro" spiegò lei. "Qui invece scrivo straripante di amore e ricco di buoni sentimenti"
"E non è un buon commento vero?" chiese allora lui mentre lei continuava a massaggiarsi la schiena.
"No, significa che era così buonista che ha rischiato di farmi venire il diabete. E' irreale un racconto così buonista!" commentò lei.
"Allora perché non dici le cose esattamente come stanno?" chiese lui.
"Perché questi giudizi sono dovuti a gusti personali non al racconto in sé. Io non sopporto questo genere di storielline patetiche, ma è un mio gusto personale, il racconto non ha nulla a che fare. E' inutile affossarlo solo perché non mi piace il genere" rispose lei in una smorfia.
Lui si piegò sulle ginocchia per poterla guardare negli occhi.
"Hai preso qualcosa per il dolore?" chiese lui.
"Si, ma ci mette un po' a fare effetto" rispose lei con gli occhi lucidi.
Lui si alzò e la prese in braccio.
"Cosa fai?" chiese lei aggrappandosi al suo collo.
"Ti porto in camera" rispose lui uscendo dalla cucina.
"Oggi non me la sento, ti prego..." lo implorò lei.
"Non voglio scoparti, voglio prendermi cura di te" rispose lui.
Raggiunta la camera, la stese sul letto. Lei si rannicchiò su un fianco, guardarlo mentre faceva il giro e si andava a sdraiare accanto a lei.
"Dove ti fa male?" chiese lui.
"Ovunque" rispose lei.
"Dove ti fa più male?" chiese lui in un sorriso.
"La schiena" rispose lei "Mi sembra mi sia passato sopra un carro armato e ci abbia pure fatto manovra sopra" aggiunse.
Lui le passo un braccio sopra il fianco e  cominciò a massaggiarle la schiena. Lei si avvicinò, avvicinando la testa al suo petto.
"Che mani calde che hai" disse lei beandosi di quel contatto.
"Per coccolarti meglio" rispose lui dandole un bacio sulla guancia.
"Che labbra morbide che hai" disse lei.
"Per baciarti meglio" rispose lui. Lei alzò la testa e lo bacio, poi tornò a rannicchiarsi accanto a lui.
Rimasero in silenzio per un po', nell'aria solo il suono dei loro respiri e della mano di lui che le massaggiava la schiena.
"Va meglio?" le chiese lui dopo un po'. Lei non rispose così si sollevò a guardarla in volto. Si era addormentata, nell'angolo dell'occhio una lacrima non scesa. Lui l'asciugò con un dito poi, facendo attenzione a non svegliarla, recuperò una coperta e la coprì, riprendendo a massaggiarla, mentre la guardava dormire così serenamente.


mercoledì 24 settembre 2014

Pensa un po'! Già un anno...

Oggi di cose da dire ne ho tante, ma so che me ne dimenticherò qualcuna. Succede sempre. Oh, in caso torno qui a stressarvi un po', mica ve la prendete no?

Nel delirio dei momenti di depressione e degli attacchi di tachicardia, non mi sono neppure accorta che il blog, il mio blog, praticamente una parte di me, ecco ha compiuto un anno e io manco me ne sono resa conto. Quando ne ho preso coscienza sono andata a farmi un giro nel mio stesso blog, per ripercorrere quello che avevo scritto. I miei deliri, i miei sfoghi, la mia rabbia e le mie lacrime.... ne è passata di acqua sotto i ponti gente, sul serio. A me sembra di non aver mai fatto neppure un passo, ma quando mi guardo indietro vedo che di passi ne ho fatti parecchi, anche se, alla fin fine, faccio sempre le stesse cagate e mi lamento sempre delle stesse cose. Sono ripetitiva?

Visto che ai compleanni qualche regalo si è soliti farlo, e visto che in definitiva mi sto facendo un auto-regalo, ho deciso di fare una cosa. Piccola premessa perché non vi spaventiate. 
Dicono che se facebook non sei nessuno, che devi stare connesso a destra e manca se non la gente di dimentica... a me pare una cagata (scusate il francesismo), però l'idea di facebook (che d'ora in poi chiamerò fb come fanno i ggggiovani) mi piaceva e adesso vi spiego perché. Ci sono delle volte che potrei sintetizzare tutto quello che provo in una parola o in un frase, altre volte che vorrei raccontarvi solo uno scambio di battute... e non so, metterlo in un post apposito mi pare uno spreco, così ho pensato ad una cosa: il blog resta il blog, dove vi triturerò i marroni (si si, proprio i marroni), dove darò libero spazio alla mia natura un po' così; su fb c'è sta il cazzeggio, gli episodi buffi che probabilmente capirò solo io.
Insomma fb sarà il bar dove potete trovarmi, scambiare qualche chiacchiera e conoscerci un po' meglio, il blog è confessionale dove ci raccontiamo le cose nel completo anonimato.
Potete scegliere liberamente il mezzo che preferite, io il blog di sicuro non lo mollo, non dopo che ha compiuto un anno!!
Ah si, stavo per dimenticarlo, mi trovate qui.

E questa è fatta. Cos'altro dovevo dire? Ah si! Adesso sto meglio, sarà che c'è il sole, sarà che mi è tornata la vena creativa e ho molte idee in mente, sarà che sabato vado a fare shopping (se non mi piglia di nuovo un colpo!), ma la porta dei ricordi si è richiusa. Almeno per il momento. Lo so che eri preoccupato, davvero, non ce n'è motivo, a volte capita, ora sto meglio. A te, caro sconosciuto (si, parlo proprio a te che ti mangi la cioccolata senza offrire!) dico che ho pensato a quello che hai detto. Mi sono fermata a pensarci seriamente, perché in effetti, avevi perfettamente ragione sai, ma non posso tornare da lui. Se lo farò, sarà quando sarò finalmente fiera di me stessa, e quando avrò qualcuno affianco. Voglio tornare da lui e dimostrargli che sono felice e per ringraziarlo, perché è stato merito suo. Non voglio tornare da lui con tutte le rogne che mi porto ancora dietro, voglio tornare da lui portandogli in dono tutta la mia felicità. Ecco perché non torno adesso, lo porterò sempre con me, durante il viaggio, ma non tornerò se non quando avrò finalmente qualcosa da dargli.

Poi, vi siete accorti che siamo in autunno? Io me ne sono accorta dall'aria, quell'aria che c'è solo in autunno, calda e frizzante allo stesso tempo, avvolgente e birichina, che sa di piogge e foglie secche. L'autunno è una stagione che mi piace sapete, ha quel gusto tutto suo, che nessun'altra stagione sa dare. I colori, i dolci, le maglie pesanti, i thè e le cioccolate calde, gli abbracci, le passeggiate...
Mi vien voglia di fare follie in autunno. Quindi forse dovrei stare attenta in questa stagione, perché quando ho voglia di fare follie di solito faccio anche cazzate colossali!

E poi... boh, non ricordo più, se avevo qualcos'altro da dire, ovviamente me ne sono dimenticata... se mi torna in mente, torno e ve lo racconto.

Nel frattempo vi lascio con una canzone. Io non sono le canzoni italiane o Cesare Cremonini, ma questa canzone mi piace, mi mette di buon umore e mi fa sentire in pace con me stessa. E questa è una cosa buona.


mercoledì 17 settembre 2014

C'era una volta...

"Sei qui!" disse entrando nel bar affollato e caotico, raggiungendo il tavolo dove la donna se ne stava a fissare il bicchiere vuoto.
"Bonjour, ma petite" rispose lei versandosi una buona dose di tequila nel bicchiere.
"Quanti ne hai bevuti?" chiese la ragazza sedendosi di fronte all'altra.
"...cinque... sei... chi lo sa più" rispose tracannando un po' di liquore.
"Avanti, vieni via, ti riporto a casa" disse la ragazza prendendo la bottiglia e allungando la mano verso il bicchiere.
"Non ci provare!" rispose la donna biascicando un po'. "Voglio sbronzarmi, quindi non venirmi a fare la predica, ok?!" aggiunse riprendendosi la bottiglia.
"Quella roba non ti fa bene" la rimproverò la ragazza incrociando le braccia.
"E da quando te ne frega qualcosa di me?" chiese lei svuotando il bicchiere e assaporando il sapore della tequila scenderle lungo la gola.
"Neanche rispondo, è l'alcool a farti parlare così" rispose la ragazza con un sospiro.
"No dai, parliamone invece. L'alcool non c'entra un cazzo e tu lo sai. Sei una parassita come tutti gli altri" disse la donna in tono aspro, sbattendo il bicchiere sul tavolo. "Perché sei venuta qui, eh? Vuoi che ti consoli? Che ti dica cosa fare? Che ascolti le tue insopportabili lagne ancora, e ancora, e ancora, fino a farmi venire la nausea e il vomito?"
"Ero preoccupata per te!" le urlò contro la ragazza.
"Ma davvero?" rispose la donna in tono ironico e sprezzante. "Paura che rinsavisca e ti scarichi una volta per tutte? Tranquilla ma petite, non vado da nessuna cazzo di parte! Sarò sempre il tuo cazzo di confessore, tuo e di tutti gli altri, oggi però se non ti spiace, il confessionale è chiuso, tornatene nella tua nuvola felice e lasciami in pace" concluse versandosi un altro bicchiere. Il settimo, o era l'ottavo? Ormai non lo sapeva più e comunque non gliene fregava poi molto.
"Che cosa è successo?" chiese la ragazza.
"Mi pigli per il culo?" chiese di rimando la donna.
"Senti, fai quello che vuoi ok? Ma io resto qui, che tu lo voglia o no" rispose la ragazza.
"Ecco la santa che entra in azione" la schernì la donna osservando il fondo del bicchiere attraverso il liquido che conteneva.
"Non sono una santa" ribatté la ragazza.
"Si che lo sei, la santerellina perfettina del cazzo" disse la donna fissando la ragazza negli occhi "Oh, è inutile che ti fingi arrabbiata, la verità è che sei una stupida innocentina fondamentalmente buona, anche da arrabbiata risulteresti patetica!"
"Perché mi insulti così?" chiese la ragazza.
"Ti racconto una storia, ti va?" chiese di rimando la donna.
"Ho scelta?" chiese allora la ragazza.
"Cazzo no! Con tutte le cretinate che ho dovuto ascoltare da quella tua boccuccia... o cosa non farei a quella bocca... beh, adesso te ne stai zitta e mi ascolti!" rispose la donna.
"Basta che non ci provi con me, mi confondi se lo fai" rispose la ragazza agitandosi sulla sedia.
"Lo so, è per questo che non ti mando a 'fanculo definitivamente, aspetto il momento in cui ti porterò a letto e farò di te quello che mi pare" disse la donna con un sorriso malizioso e un po' cattivo.
"Non dovevi raccontarmi una storia?" disse la ragazza per cambiare argomento.
"Ceto ma petite" disse la donna bevendo un sorso. "C'era una volta una donna come tante, buona famiglia, buon lavoro, insomma noiosa. Quella donna però aveva un volto nascosto dietro alla maschera che offriva al mondo. Provava desideri e pulsioni che il mondo non avrebbe capito, allora li nascondeva. Passava le giornate dibattendosi tra ciò che avrebbe voluto e ciò che doveva, finché non scoprì che c'erano anche altre persone come lei. Vivevano un po' al limite, nella metà oscura del mondo come dice sempre Luccarelli" la donna si fermò per bere un po' dal bicchiere.
"Luccarelli?" chiese la ragazza.
"Non hai mai sentito Dee Giallo?" chiese la donna.
"No, cos'è?" chiese la ragazza.
"Lasciamo perdere" disse la donna versandosi un altro bicchiere. "Questa donna voleva entrare in quella metà oscura, ma ogni volta che lo faceva sentiva che poi doveva fare qualcosa per redimersi, espiare quello che faceva. Finché un giorno il lupo cattivo le fece capire che lei era già nella metà oscura nel mondo, che alcuni dovevano essere la metà oscura e altri la metà della luce, è così che il mondo se ne stava in equilibrio. Le spiegò che la redenzione, l'espiazione che stava cercando erano solo una castrazione, la maniera per negare la sua vera natura."
"Cioè?" chiese la ragazza.
"E io che cazzo ne so!" esclamò la donna "Chiedilo al lupo cattivo" aggiunse.


martedì 16 settembre 2014

Quattro chiacchiere io e te

Niente racconti oggi. Niente verità mascherate da menzogna o menzogne che sanno di verità. Oggi semplicemente parlo con te, che leggi le mie parole, che finisci qui e scruti  tra questi post come se aprissi una finestra su una vita che non è la tua. Una vita che può essere meglio o peggio della tua, non lo so, ma che penso ti aiuti ad evadere per qualche secondo dalla tua di vita.

Vorrei poterti distrarre con qualcosa di divertente, chessò, una barzelletta! Ma io non so raccontare le barzellette, le so ascoltare e so riderne di gusto se sono buone barzellette, ma non le so proprio raccontare, mi metto a ridere a metà e le rovino.

Ma siediti, non stare lì in piedi, mettiti comodo. Vuoi qualcosa da bere? Un caffè, un thé, me... scusa, battuta stupida, ma mi è venuta dal cuore. Preferisci qualcosa di un po' più forte? ah già è vero, sono solo le tre del pomeriggio, un po' presto per l'aperitivo. Non vuoi niente? OK, però se cambi idea basta chiedere.

Non so, io qualcosina di alcolico la berrei, forse mi rilasserebbe un po', ma non mi solleverebbe il morale, ho la bevuta triste io. C'è chi ce l'ha allegra, chi cogliona, chi aggressiva. Io ce l'ho triste, certo all'inizio ho la risata facile, ma subito dopo mi piglia una depressione... tu che bevuta hai?
Discussione  inutile, tanto non posso bere. Sai, il cuore. Tachicardia da stress... bella definizione no? In pratica, quando gli gira, ho il cuore che parte a mille, battendo veloce come le ali di un colibrì. E' cominciato a causa di un periodo di forte stress al lavoro, non sto qui a dilungarmi oltre, sai anche tu che ci sono quei periodi in cui si è più stressati di altri. Io ho tirato un po' troppo la corda, un po' tanto, e il cuore si è messo a suonare la musica tecno. Adesso che il periodo di stress è passato la tachicardia continua. Prendo delle medicine, tanto per calmare il cuore. Dall'ultima volta erano passati 40 giorni, pensavo di essere guarita, adesso sono giorni che sto di merda. Le medicine non le prendo, gli effetti collaterali sono orribili, provo a calmarmi da sola. Oggi non ci riesco.

Per questo motivo sono qui a parlare con te, magari riesci a rilassarmi, a distrarmi. La verità è che vorrei parlarne con qualcuno che mi stesse ad ascoltare sul serio. Sai, quel genere di amico che chiami in piena notte e, a prescindere da quello che sta facendo, molla tutto e viene da te. Io lo farei per gli altri, perché quando tengo ad una persona io per lei farei qualsiasi cosa. Sono fatta così, gli affetti e i legami per me sono importantissimi, li vivo in maniera viscerale e quando rimango ferita la delusione è talmente profonda che riprendersi è come scalare l'Everest con solo l'uso dei mignoli dei piedi.

Scommetto che tu sei quel genere di amico vero? Quello con la A maiuscola. Io di gente così ne conosco solo una. Tutti gli altri... satelliti a cui non importa molto. Per alcuni però, mi rendo conto, è colpa mia. Tengo le persone a distanza, con una conoscenza superficiale. Mi racconto di loro magari, ma di me sanno poco e chiedono poco. Forse aspettano che parli io, ma non sono fatta così. Io ci tengo alla mia intimità, alla mia vita privata e confidarmi è qualcosa che faccio con fatica, e solo quando sento di fidarmi ciecamente di qualcuno. Come di sicuro capisci anche tu, le persone di cui mi fido davvero sono poche, pochissime.

Tengo le persone a distanza eppure ogni tanto vorrei poterle far entrare. Chiedere loro aiuto, un appoggio. Non lo faccio, non lo faccio mai o almeno non lo faccio più. Una volta, quando ancora credevo negli altri lo facevo, ora ho capito e lascio perdere. Ed è in quei momenti che prendo carta e penna e creo personaggi e storie. Sono loro a parlare, a dire quello che vorrei dire io, a trovare la consolazione che sto cercando io.

Non è che conosci una buona barzelletta? No perché sto finendo in una spirale depressiva che mi prende solo poco prima di addormentarmi e capisci che a quest'ora del pomeriggio è un po' presto per psicanalizzarsi.

Mi dica dottor Freud, sono grave? Addirittura deve chiedere un consulto al dottor Jung? Allora sono proprio grave!

Avrei altre cose da dirti, altre cose da raccontare a te, che non so neppure che faccia hai, che lavoro fai, se hai dei sogni, dei desideri, delle passioni. E forse è per questo che avrei così tanto da dirti. Tu non sai niente di me e io non so niente di te...

Credo andrò a fare una pausa, tanto oggi non è giornata per fare cose impegnative. Vieni con me? Ci mettiamo sul terrazzino e mi racconti dell'ultimo film che hai visto, della vicina di casa gnocca, del benzinaio figo... discorsi da pausa caffè, discorsi leggeri che aiutano più di tante autoanalisi.

Allora io vado, ti tengo il posto.

venerdì 12 settembre 2014

Zucchero

"Voglio che tu vada in quel bar, scelga un tavolo appartato e ti sieda. Ti osserverai attorno, ti slaccerai i pantaloni e metterai in mostra il tuo cazzo sotto il tavolino. Lo lascerai così esposto, ordinerai il caffè, lo berrai con calma e solo dopo potrai rivestirti, pagare il conto e tornare a casa." Parole dure quelle di lei, della sua Padrona, che impartiscono ordini da quel telefono, mozzandogli il respiro, facendolo tremare di paura ed eccitazione allo stesso tempo.
"Padrona..." vorrebbe obiettare, vorrebbe implorarle di non fargli fare una cosa simile, ma non può farlo, perché per Lei, solo per Lei, farebbe qualunque cosa.
"Qualche problema?" la sua domanda. Lei sa che cosa sta pensando il suo schiavo, lo sa e lo sta mettendo alla prova.
"Io... no... lo farò, se è questo che desidera" si, farà qualunque cosa Lei gli ordini, perché Lei è la sua Padrona, la donna a cui pensa prima di andare al mattino e l'ultima prima di andare a dormire, la donna che lo capisce e gli da quello di cui ha bisogno.
"Ora vai" un ordine che non ammette repliche, né incertezza.
"Lei verrà con me? Sarà lì?" non dovrebbe chiedere, non dovrebbe neppure parlare senza il suo permesso, ma non può farne a meno, verrà punito, lo sa, ma fare quello che Lei gli chiede... da solo... e se lo vedessero?
"No" una risposta secca e il silenzio della chiamata interrotta.
Solo. Solo con un ordine da eseguire, un ordine tremendo eppure eccitante. Deve farlo. Deve. Lei gliel'ha ordinato e lui lo farò.
Tremante e un po' impacciato entra nel bar, si guarda intorno e trova un tavolino in un angolo appartato, coperto da alcune piante. Si siede si osserva in giro. La piccola tovaglia che ricopre graziosamente i tavolini non lo copriranno del tutto. Impaurito, eccitato e solo si slaccia i pantaloni e libera il cazzo leggermente eccitato per quell'umiliazione pubblica. Porta le mani sul tavolo e si guarda attorno nervosamente. Sente che i pochi avventori del bar lo stanno guardando, lo stanno giudicando, parlano e ridono di lui, se solo Lei fosse lì...
"Cosa le porto?"
La voce della cameriera lo fa sobbalzare, lei sorride. Ha visto sotto il tavolo quando è arrivata? Cosa starà pensando? Deglutisce a vuoto.
"Liscio, grazie" riesce a rispondere e la cameriera se ne va ancheggiando. Sente il cuore battergli forte nel petto per la paura e l'eccitazione.
Un gruppo di donne entra nel bar, tra le risate e il suono dei tacchi sul pavimento. Tacchi vertiginosi, tacchi che anche la sua Padrona indossa, che lui vorrebbe baciare in continuazione. Al solo pensiero il suo cazzo freme eccitato. Non deve pensarci, o sarà peggio.
Ma quanto ci mette a portargli quel caffè? Quanto ancora dovrà restare così? 
Eccola finalmente la cameriera, sempre sorridente, con il suo caffè. Vorrebbe berlo tutto d'un fiato, anche se scotta, pur di uscire di lì, pur di terminare l'ordine che la sua Padrona gli ha impartito, ma sa che Lei non approverebbe, allora versa lo zucchero e con calma lo mescola. Una lentezza esasperante, una tortura che si sta infliggendo da solo perché sa che Lei vorrebbe così.
Lo sorseggia lentamente quel caffè, anche se non lo sta affatto assaporando, lo ingurgita guardandosi attorno. Ha quasi terminato di bere quando la porta del bar si apre e Lei entra.
Il respiro gli si ferma. La tazzina a mezz'aria. Lei lo fissa. Si riprende in fretta, posa la tazzina e abbassa lo sguardo, raddrizza la schiena. Immobile e ubbidiente come uno schiavo deve essere. Nel brusio del bar lui sente nitidamente i tacchi della Padrone venire verso di lui. Deglutisce eccitato. La paura e la tensione che lo avevo oppresso fino a pochi minuti prima lo abbandonano. La calma e la sicurezza lo avvolgono ad ogni passo che Lei impiega per raggiungerlo.
Lei si siede al suo fianco, la coscia a sfiorarlo, la mano a cercare il suo cazzo esposto, mentre l'altra è poggiata mollemente sul tavolo. Richiama l'attenzione della cameriera che la raggiunge.
"Cosa le porto?" 
"Un cappuccino" la voce di Lei, così sicura, così sensuale e calda. Un balsamo contro la paura, una catena che gli attanaglia il cuore.
La cameriera se ne va e la mano della Padrona accarezza quel pezzo di carne esposto. Sua proprietà come ogni altra parte di lui. Le appartiene. Non è niente senza di lei.
"Sei stato bravo, zucchero" la sua voce gli sussurra all'orecchio. Il suo profumo che lo avvolge. "Dimmi che cos'hai provato."
"Paura padrona" risponde lui in un sussurro impacciato.
"Solo paura?" chiede lei continuando a tormentarlo sotto il tavolo.
"Eccitazione. Tormento. Umiliazione. Amore" risponde lui cercando di controllarsi.
"Ti è piaciuto eseguire il mio ordine?" domande, sempre domande, insistenti e pressanti mentre quella mano non gli dava tregua.
"..si.." risponde a fatica. Deve controllarsi, non deve cedere. Non può venire senza che Lei gli abbia dato il permesso.
La cameriera arriva con l'ordine della mia Padrona, lei ringrazia con un sorriso. Lui la guarda di sfuggita, provando invidia per la cameriera che può guardare la sua Padrona in volto. Lei così bella è così... non trova le parole per definire cosa prova per Lei, cosa sente quanto si trova in Sua presenza.
Lei toglie la mano da sotto il tavolo e sorseggia il suo cappuccino, senza più degnarlo di attenzioni, ma a lui non importa, gli basta sapere che Lei è lì, che non l'ha mai lasciato solo. Non avrebbe mai dovuto più dubitarne.
"Allacciati i pantaloni" gli ordina alzandosi. Lui esegue in fretta il suo ordine. Il cazzo dolorosamente costretto nei pantaloni. Si alza e la segue fino alla cassa, dove paga le consumazioni.
Poi fuori, nella notte. Lei davanti e lui dietro, a qualche passo di distanza, ubbidiente come un cane, rispettoso come uno schiavo per la sua Padrona.



Chiediti se è reale ciò che hai appena letto e poi chiediti se vuoi davvero saperlo.

lunedì 8 settembre 2014

Vieni a vivere con me

La luce dell'alba filtrava discreta attraverso la finestra chiusa, illuminando i corpi dei due amanti. Lui dormiva, il volto rilassato, un accenno di sorriso sulle labbra. Lei lo osservava chiedendosi cosa stesse sognando per sorridere così. Se ne stava immobile, per paura di svegliarlo ma con la voglia di toccarlo, per essere certa che fosse ancora lì con lei, che non fosse solo un sogno.
Lui sui mosse, le palpebre fremettero. Lei si gustò il suo risveglio come qualcosa di prezioso.
"Buon giorno" disse lei quando lui aprì definitivamente gli occhi.
" 'giorno" rispose lui ancora assonnato. "Dormito bene?" chiese stiracchiandosi.
"Si" rispose lei restando al suo posto "E tu?"
"Benissimo" disse lui avvicinandosi a lei e dandole un bacio leggero sulle labbra. "Che bel modo di cominciare la giornata" aggiunse guardandola alla poca luce che giungeva dalla finestra.
"Da quant'è che sei sveglia?" chiese lui mettendosi comodo.
"Da un po'" rispose lei sorridendo.
"Perché sorridi?" chiese lui.
"Lo sapevi che sembri un bambino quando dormi?" gli chiese lei.
"Mi stavi guardando dormire" disse lui.
"Si. Dormivi come un sasso" disse lei.
"Che ore sono?" chiese lui.
"E' ancora presto" disse lei senza voltarsi a guardare la sveglia alle sue spalle.
"Se è ancora presto..." disse lui rotolando sopra di lei.
"Cosa vorresti fare dottore?" chiese lei con un mezzo sorriso.
"Esaminarla a fondo la mia paziente. Ha saltato troppe sedute, bisogna assolutamente recuperare" rispose lui serio. Lei scoppiò a ridere e lui la baciò.

Un'ora più tardi lei teneva la testa poggiata sul suo torace, mentre lui le accarezzava la schiena.
"Dovremmo farlo più spesso" disse lei.
"Io non faccio che ripetertelo" le fece notare lui.
"Lo so" disse lei accarezzandogli il torace.
"Allora perché mi tieni a distanza?" chiese lui.
"Perché sei il mio terapeuta" rispose lei.
"Balle" disse lui.
"Che linguaggio dottore! E' questo che le hanno insegnato all'università?" disse lei alzando la testa e guardandolo con cipiglio serio di rimprovero.
"Certo! Sapessi quante cose che mi hanno insegnato..." disse lui dandole un rapido bacio sulle labbra.
"Mi racconti dottore, cosa le hanno insegnato?" chiese lei. 
"Questo ad esempio" disse lui afferrandola per i capelli e baciandola con forza e passione.
"O questo" disse ancora rimettendosi a cavalcioni sopra di lei, una mano a stringerle i polsi e con l'altra s frugarle tra le gambe.
"mmm... imparato bene..." disse lei con voce roca in un mugugno simile alle fusa di un gatto.
"Vieni a vivere con me" disse lui fermandosi.
"Cosa?" chiese lei stordita.
"Vieni a stare da me. Basta incontri clandestini, basta scopate nel mio studio. Ti prego... resta con me" disse lui liberandole i polsi.
Lei rimase a guardarlo, senza sapere cosa rispondere. Lo fissava come se lo vedesse per la prima volta.
"Non importa. Fa come se non avessi detto niente" disse lui scendendo dal letto.
"Aspetta" disse lei.
"Davvero, ho straparlato. Come non detto" disse lui raccattando i suoi vestiti.
"Aspetta. Dove stai andando?" chiese lei.
"Tra un'ora devo andare al lavoro. Torno a casa, mi faccio la doccia e cerco di dimenticare la figuraccia che ho appena fatto" rispose lui rivestendosi e continuando a darle le spalle.
"Ti prego, fermati!" disse lei alzandosi dal letto, afferrandolo per un braccio e costringendolo a voltarsi. Sul volto aveva un'espressione ferita, ed era lei la colpa, soltanto sua.
"Cosa c'è?" chiese lui con voce atona.
"Va bene" rispose lei.
"Va bene, che cosa?" chiese lui guardandola guardingo.
"Va bene, viviamo insieme" rispose lei.
"Dici davvero?" chiese lui.
"Si, però..." disse lei titubante.
"Però?" la incalzò lui.
"Sii paziente" disse lei chinando il capo.
Rimasero in silenzio per un po'. Lei a capo chino, lui ad osservare quella donna piccola, testarda e coriacea. Gli chiedeva di essere paziente, e dietro quella richiesta c'era molto altro, lo sapeva.
Le prese il mento costringendola a guardarlo. La baciò con trasporto, come se non si vedessero da mesi.
"Con i tuoi tempi e i tuoi ritmi, sempre" la rassicurò.


martedì 2 settembre 2014

Umorismo

"Hai un senso micidiale e sottile dell'umorismo che spiazza, tanto che potresti offrire una fetta di dolce appena sfornata, sparando al soggetto designato con un sorriso sulle labbra!
Sei una forza."

.....e poi di mangiarmi la sua fetta di torta, perché un dolce non va mai sprecato!