lunedì 21 luglio 2014

E' sopravvivere al suo passaggio

Quello che sto per affrontare è un argomento abbastanza triste e doloroso, quindi se non te la senti di proseguire, vai tranquillo che non me la prendo, anzi, ti capisco sai? Se non mi ci trovassi eviterei anch'io di affrontare l'argomento, ma ci sono dentro, quindi ho bisogno di sviscerarlo per potermene liberare.

Tu però non sentirti obbligato a restare con me se non ti va. Vai pure a farti un giro, ah no che piove, allora... vai a far merenda, a cucinare, a scopare, a litigare con la macchinetta del caffè o il programma per la gestione della nota spese (io ho già dato questa mattina). Quindi, davvero, se non ti va, io non me la prendo, se però resti mi fa piacere.

Qual è questo argomento così triste e doloroso? La morte. Poeti, scrittori, musicisti e pittori hanno rappresentato e scritto della morte. L'hanno chiamata amica, amante, nemica, traditrice, vecchia e pure brutta. Per quanto se ne parli però, quando la cara signora vestita di nero, o il tizio con la falce se preferite, viene a trovarci, ci rimaniamo sempre male. No "rimanerci male" non rende l'idea. Stiamo male, un male cane e superare la cosa dipende da noi quanto da chi ci sta accanto.

Quando qualcuno muore, qualcuno che ci è stato accanto per più o meno tempo, è come se una parte del nostro cuore si seccasse, si congelasse e non sentisse più nulla. Non è la morte il problema, è il sopravvivere quando chi ci sta accanto se ne va in un posto che non possiamo raggiungere. Se ne va e non lo rivedremo mai più. "Mai più" è un concetto terribile da concepire. Quando due persone si lasciano e dicono che non si rivedranno mai più, potrà sempre capitare che si incrocino per strada o finiscano alla stessa festa, ma quando qualcuno muore quel "mai più" diventa reale. Capisci realmente il significato del termine "mai più", assume tutta una serie di sfumature e significati, per crearti un baratro sotto i piedi e lasciarti senza appigli per evitare di sprofondare.

Non è la morte a farci male, è tutto quello che ne consegue per te che sopravvivi. Tutte le occasioni perse, le parole mai dette, i bronci tenuti per niente, i sorrisi trattenuti, le lacrime non versate o versate al momento sbagliato. I momenti in cui ci intestardiamo nella nostra posizione per poi scoprire che non potremo più rimediare.

Rimediare. Aggiustare le cose. Perché dovremmo aspettare la morte per fare tutto questo? Tu lo sai? Se poi la morte arriva all'improvviso come fai a rimediare? Hai rimandato a lungo, pensando che un giorno avresti rimesso tutto a posto, che avresti fatto pace con Tizio e Caio, che avresti spiegato a Sempronio cosa provavi davvero... e poi loro non ci sono più e tu non puoi fare più niente. Tra le mani ti rimane la sabbia fatta di rimpianti e sensi di colpa, nello stomaco il vuoto di tutto ciò che sarebbe potuto succedere, nella bocca l'amaro sapore della sconfitta.

Si piange per la morte di una persona più o meno cara. C'è chi piange senza riuscire a respirare. C'è chi piange in silenzio per non farsi sentire. Chi si spreme qualche lacrima ipocrita. C'è anche chi non piange ma non perché non soffra la perdita di quella persona. Se si lasciasse andare anche riuscirebbe a piangere, ma non lo fa. Stoica come una roccia quella persona affronta il dolore svuotandosi completamente, lasciando che il dolore l'avvolga senza distruggerla, lasciando che le lacrime rimangano all'interno, in un mare che si infrange senza sosta sulle cataratte del cuore.

C'è chi, alla morte di una persona più o meno cara, si stringe accanto ad altri che come lui soffrono. C'è chi ostenta felicità e gioia per non dimostrare quanto soffra. C'è chi si rifugia nella routine. Altri cercano la solitudine, perché il dolore degli altri sarebbe troppo da sopportare insieme a quello che stanno provando. Sarebbe il cedere di quelle dighe, il disgregarsi di solide fondamenta. O forse, restano nella solitudine perché se davvero si mettessero a piangere, lasciando sfogare il dolore che cresce loro dentro soffocando ad ogni respiro, si renderebbero conto di essere soli come non si erano mai resi conto di essere.

Allora cominciano quelle domande che altri momenti della vita evitiamo di farci: chi sono davvero? cosa sto facendo della mia vita? dove sto andando? che n'è stato dei miei sogni e delle mie ambizioni?
Non è la morte il problema, è il sopravvivere dopo, è scontrarsi con simili domande e accorgersi di non avere risposte.

Cosa si risponde a chi fa le condoglianze per la morte di una persona più o meno cara? Grazie. Non so cosa ne pensi tu, ma per me è una parola che in quei momenti non ti viene davvero da dire. La dici in automatico, come quando uno starnutisce e si risponde con "salute". Non sai perché, ma lo fai. Perché si ringrazia qualcuno che ti fa le condoglianze? Perché sta partecipando al tuo dolore? Perché si è ricordato di te?
Non so tu, ma a quella stretta di mano, a quel buffetto che dovrebbe essere un abbraccio, io preferisco una pacca sulla spalla fatta in silenzio. Un abbraccio fatto con cuore senza guardarsi in faccia.

Il problema non è la morte in se, affrontarla quando arriva, è sopravvivere al suo passaggio. 



Non dite nulla. Nessuna frase di circostanza. Nessun sentimentalismo. Se dovete dire qualcosa, fate una battuta, altrimenti restate in silenzio

giovedì 17 luglio 2014

Cibo, cibo, perché sei tu o cibo?

Esiste qualcosa di più gratificante del cibo? In grado di dare quell'appagamento, quel benessere, quella serenità che ti sa dare il cibo? Il buon cibo, quello sano, quello bello, quello invitante, quello gudurioso e tipicamente calorico? Forse solo il sesso, ma il cibo... ah il cibo!
Primi, secondi, dolci, contorni, insalate, gelati.... per ogni palato e ogni gusto.

In rete si trovano quei blog che di cucina non sono, ma che ti postano solo foto di cibi. Prevalentemente dolci, ma anche altre portate. E guardare quelle belle foto, con quelle pietanze colorate, invitanti, succulente. ti sembra di sentire il gusto del cioccolato scenderti nella gola, o il profumo delle spezie usate per un primo o secondo. Senti quasi sul palato il formaggio fuso sciogliersi in bocca, la fragranza della pasta biscotto o la succosa consistenza di una bistecca ben cotta (perdonatemi vegetariani,vegani e tutti gli altri ma sono carnivora).
  
Questi blog sono fantastici. Non ti danno consigli culinari. Né ricette che non riuscirai mai a replicare. No, ti fanno solo vedere questi fantastici cibi e subito cominci a sentirti meglio. Certo, ti viene anche una fame da paura, ma vuoi mettere la felicità che subito ti prende quando vedi una bella fetta di torta grondante cioccolato, oppure una fetta di pizza con formaggio colante. Che poi magari ti viene anche voglia di metterti ai fornelli e provare a creare quei piatti. Magari non verranno uguali, ma chisseneimporta! Non siamo a Master chef, siamo nelle nostre cucine e se anche facciamo disastri nessun Gordon verrà ad insultarci!

Oppure quel programma su Fine Living. Non so se avete presente o guardate. Io mi ci sono imbattuta quando ero a casa in malattia, e tra i vari programmi di ristrutturazione/vendita/compro casa e Benedetta Parodi che cucina ad ogni ora, c'era questo programma Dolci da sogno. L'apice orgasmico glicemico. Vedere tutti quei dolci che a vederli sembravano così deliziosi. E tutti con quel'espressione esaltata mentre ne parlavano, che ti veniva voglia di partire per andare a mangiarti quegli attentati calorici.

Buon cibo e buon sesso. Due cose che ti sanno subito far sentire meglio, ti mettono di buon umore. Ti fanno alzare al mattino con la voglia di andare al lavoro, oppure di tornare a casa dopo una giornata di merda. Il buon cibo che ti mette addosso chili di troppo e il buon sesso che ti fa bruciare tutto così che tu possa rigettarti a capofitto nel buon cibo. Un circolo vizioso che sembra un paradiso dal quale non si vorrebbe mai più uscire.
Ah il cibo! C'è qualcosa di più appagante del cibo? No, neppure una borsa nuova, o un paio di scarpe o un libro nuovo può appagare tanto come il proprio piatto preferito.

mercoledì 16 luglio 2014

Tanto io t'amo che...

Lascia che te lo dica: dobbiamo separarci,
anche se in amore una sola casa siamo;
così che le macchie che su di me rimangono,
senza tuo coinvolgimento porterò da solo.
     Nei nostri affetti c'è un unico sentire,
sebbene nelle nostre vite una contesa ci divida,
la quale, pure non inficiando il nostro amore,
all'amor nostro ruba dilettosi istanti.
     Non sempre in pubblico mi mostrerò tuo amico,
per non investirti della mia deprecata colpa;
né tu mi onorerai di pubblici riguardi,
per non esporre la tua reputazione.
     Ma non lo fare: tanto io t'amo che,
essendo tu me stesso, mio è il tuo buon nome.

Sonetto 36 di W. Shakespeare

venerdì 11 luglio 2014

Vizio da raffinati intenditori

“Scopare la mente di una donna è un vizio da raffinati intenditori, gli altri si accontentano del corpo.”

—  Charles Bukowski

E lui di scopate se ne intendeva

lunedì 7 luglio 2014

Roxanne

La gelosia 
ti farà diventare 
ti farà diventare 
ti farà diventare.. 
PAZZO! 

Roxanne! 
tu non devi avere niente a che fare 
con quella luce rossa 
cammini per le strade per soldi 
non t'importa che sia giusto o sbagliato 
Roxanne! 
tu non devi indossare quel vestito stanotte 
Roxanne! 
tu non devi vendere il tuo corpo alla notte 

I suoi occhi sul tuo viso 
la sua mano sulla tua mano 
le sue labbra accarezzano la tua pelle 
è più di quanto possa sopportare! 

Perchè il mio cuore piange? 
Sensazioni che non posso combattere! 
sei libera di lasciarmi ma 
ma allora non ingannarmi! 
e per favore credimi quando ti dico 
che ti amo 

Roxanne! 
tu non devi avere niente a che fare 
con quella luce rossa! 
tu non devi indossare quel vestito stanotte! 
tu non devi avere niente a che fare 
con quella luce rossa! 
tu non devi indossare quel vestito stanotte! 
Roxanne! 
Roxanne! 
Roxanne! 
Roxanne! 

Perchè il mio cuore piange? 
Sensazioni che non posso combattere! 
Roxanne! 
Roxanne! 
Ti amo! 
Ti amo! 
Ti amo! 
Ti amo!

mercoledì 2 luglio 2014

Non mi dirai il tuo nome?

Se ne stava seduta ad un tavolo appartato, guardandosi attorno nel bar affollato degli avventori dell'aperitivo serale. Li osservava con attenzione, soffermandosi ora su l'uno, ora sull'altro, studiandone gestualità ed espressioni attraverso gli occhiali scuri che coprivano questo suo vagare per il locale. Quella sua peregrinazione si fermò sul lato opposto del bar, dove un uomo e una donna erano seduti vicini su un comodo divanetto. Lui sorseggiava un liquore dal colore ambrato, guardandosi attorno con sguardo disinteressato. Lei sedeva rigida: schiena dritta e sguardo abbassato. Non si dicevano nulla eppure coglieva un legame tra loro. Poggiando il volto alla mano, rimase ad osservarli. Lui si mosse e lei arrossì. Le sussurrò qualcosa all'orecchio e lei si alzò per andare in bagno.
Ora l'uomo era rimasto solo, rilassato su quel divanetto, osservando la folla, finché non la notò e sorrise.
Lei ricambiò continuando a fissarlo. Non lo conosceva, ma sapeva cos'era, e sapeva cosa aveva chiesto di fare alla donna in sua compagnia.
Incuriosita, attese l'evolversi degli eventi. L'uomo continuava a fissarla e lei sostenne il suo sguardo. Credeva di sapere cosa passasse per la mente di quell'uomo, per questo motivo continuava a fissarlo: una sfida e un invito implicito. Avrebbe accettato?
La donna tornò stringendo i pugni e camminando rapidamente tra la folla, il volto imporporato. Senza risollevare lo sguardo verso il suo accompagnatore, gli si sedette accanto e porse all'uomo qualcosa. Lui lo prese: mutandine. Se le portò al volto e le annusò.
Dall'altro capo del locale la donna sorrise, l'uomo aggrottò impercettibilmente le sopracciglia mentre la sua accompagnatrice avvampava d'imbarazzo.
Un cameriere giunse al tavolo della coppia. La donna non vedeva più cosa stesse accadendo al tavolo, ma non se ne preoccupò. Il cameriere si allontanò e la coppia si alzò. Poco prima di uscire l'uomo si voltò a guardarla.
Quando la porta si richiuse alle spalle della coppia, la donna si alzò per andarsene ma il cameriere la fermò.
"Il signore che è appena uscito, mi ha chiesto di darle questo."
"Grazie," La donna prese il biglietto, leggendolo rapidamente. Istruzioni. Istruzioni precise su come raggiungerlo e affidarsi a lui. La donna sorrise ed uscì dal locale.
L'auto era lì, nel parcheggio, esattamente come scritto nel biglietto, e lui era lì ad aspettare. Si incamminò nella sua direzione. Lui fece per parlare ma lei gli restituì il biglietto e si avviò verso la propria auto. Non aveva bisogno di voltarsi per sapere che espressione avesse assunto il volto di quell'uomo. Per descriverla con l'espressione che usava sempre una sua amica: ci era rimasto di merda.
La donna salì in auto, uscì dal parcheggio e si fermò poco dopo. L'auto dell'uomo uscì pochi secondi dopo dal parcheggio, il volto accigliato e arrabbiato, quello della donna aveva una benda a coprirle gli occhi.
La donna li seguì senza fretta finché l'auto dell'uomo non si fermò di fronte ad una palazzina. La donna si fermò all'altro capo della strada a qualche macchina di distanza osservando l'uomo scendere dall'auto, fare il giro e guidare la donna fuori dall'auto. Insieme entrarono nella palazzina.
La donna uscì a sua volta dall'auto, i tacchi delle scarpe che risuonavano sull'asfalto. Entrò appena in tempo per vedere la coppia entrare nell'ascensore. Le porte dell'altro ascensore si aprirono e lei selezionò lo stesso piano a cui si sarebbe fermato l'uomo. L'ascensore salì lentamente, nell'aria odore di fumo e di sudore. Si levò gli occhiali da sole e li appese al collo della maglietta.
Le porte dell'ascensore finalmente si aprirono. La donna uscì e rimase in ascolto. Rumore di tacchi. Una donna. Si tolse le scarpe e andò nella direzione da cui provenivano i passi. Svolò l'angolo e li vide entrare  nell'appartamento: lui sicuro di sé, lei ancora bendata, esitante, fragile ed innegabilmente eccitata. La porta si richiuse e lei andò a fermarsi davanti a quella porta chiusa.
"E' rimasta chiusa fuori?" chiese una vecchietta giunta dall'altro lato della corridoio.
"Spero di no, sarebbe un bel guaio altrimenti!" rispose la donna. "Sono sua sorella, lo avevo avvisato che sarei passata a trovarlo, ma forse si è dimenticato" aggiunse poi in tono dispiaciuto.
"Non sapevo che avesse una sorella! Quell'uomo è così riservato, e ha delle abitudini davvero strane sa" disse la vecchina.
"Davvero? Cosa combina il mio fratellone?" chiese la donna.
"Dovrebbe trovarsi una brava donna e sposarsi. Un uomo per bene come lui non dovrebbe... oh, ma io parlo troppo" disse la donna ridacchiando.
"Non si preoccupi, glielo dico sempre anch'io, che dovrebbe sistemarsi, ma lui non mi vuole dare retta" disse la donna, passandosi le scarpe da una mano all'altra.
"Ma come mai lei è scalza?" chiese l'anziana donna.
"Colpa di queste scarpe!" rispose la donna "Sono bellissime, ma mi fanno un male ai piedi! Per questo motivo mi dispiacerebbe davvero che mio fratello si fosse dimenticato di me, avrei davvero bisogno di sedermi un attimo" aggiunse la donna.
"Oh ma non si preoccupi ho una chiave di scorta" disse la vecchina.
"Davvero?" esclamò la donna con un sorriso cordiale che celava invece la soddisfazione per il colpo di fortuna.
"Mi occupo delle piante e della posta di suo fratello quando lui è in viaggio o in vacanza" disse la donna. "Lasci solo che vada a prenderle."
"Grazie infinite, veramente" disse la donna.
"Lei resti qui, faccio in fretta" disse la signora, andando alla porta di fronte a quella dove la coppia era appena entrata. La vecchina tornò dopo una manciata di minuti.
"Ecco qui" disse consegnando la chiave alla donna.
"Grazie ancora. Non so cosa avrei fatto senza di lei!" disse la donna abbracciando il fragile corpo dell'anziana.
"Oh, per così poco" rispose la donna imbarazzata. "Beh, buona serata, e tiri le orecchie a suo fratello anche da parte mia" disse l'anziana tornando al suo appartamento.
"Lo farò, non si preoccupi" rispose la donna. Attese l'anziana si chiudesse la porta alle spalle quindi entrò nell'appartamento dell'uomo.
L'appartamento era immerso nell'oscurità e invaso dalle note di una chitarra. Se non si sbagliava, era B.B. King. Da qualche parte, in una delle stanze che componevano l'appartamento, si udiva l'ansimare della donna e le parole decise dell'uomo. Senza fretta la donna esplorò l'appartamento, finché raggiunse la camera da letto, dove la donna, completamente nuda, se ne stava in piedi a gambe leggermente scostate, i polsi legati dietro la schiena, ferma e immobile davanti all'uomo seduto comodamente su una poltroncina.
La donna aveva ancora la benda sugli occhi, ma l'uomo vide benissimo la visitatrice, l'espressione sul suo volto era impagabile: sorpresa, disappunto, soddisfazione e curiosità.
Lui si alzò per raggiungere la sua visitatrice, ma lei scosse il capo. Posò le scarpe a terra e si avvicinò alla donna in piedi al centro della stanza.
Le girò attorno guardandola con ammirazione. Aveva un bel corpo, sfiorò il profilo della spalla fino al seno. Aveva una pelle liscia e profumata come una pesca.
"Come ti chiami" chiese la donna. L'altra deglutì a fatica eccitata da quel tocco delicato che esplorava ogni centimetro della sua pelle. "Rispondimi, il tuo Padrone non ti ha insegnato a rispondere alle domande che ti vengono poste?" la incalzò con dolcezza.
"Stefania" rispose l'altra.
La mano della donna scese tra le cosce dell'altra. La sua figa era calda e bagnata.
"Sei venuta?" chiese la donna giocando con i riccioli bagnati dell'altra.
"n.. no" rispose l'altra con un filo di voce.
La donna le aprì quelle labbra gonfie, cercando quel punto così sensibile e delicato. Lo stuzzicò un po' godendosi un po' le reazioni dell'altra.
"Vieni nella mia mano" le disse.
L'altra, per quanto eccitata, esitò.
"Sono io a darti ordini adesso. Vieni per me" disse la donna infilandole un dito nella figa.
L'altra cominciò a muoversi, il bacino che si strusciava sulla mano della donna. Per quanto eccitata l'altra cercò di trattenere il più a lungo possibile l'orgasmo ma quando non ne poté più, si lasciò andare investendo la mano della donna con i suoi umori.
"Brava tesoro" disse la donna allontanando la mano ed uscendo dalla stanza.
La donna entrò nel bagno e si lavò le mani, quando sollevò lo sguardo, nello specchio vide il riflesso dell'uomo alle sue spalle.
"Chi sei?" chiese l'uomo.
"Non sono una slave" rispose la donna voltandosi a guardarlo direttamente negli occhi.
"Questo l'ho capito" disse l'uomo incrociando le braccia al petto e appoggiandosi allo stipite della porta.
"Tu invece sei un Master" disse la donna.
"Quando l'hai capito?" chiese l'uomo incuriosito.
"La prima volta che ti ho visto" rispose la donna. "Tu invece pensassi fossi una slave."
"Si, l'ho pensato, ma quando mi hai dato buca al parcheggio mi sono reso conto di aver sbagliato" confermò l'uomo.
"Ma non ti aspettavi che sarei venuta qui" disse la donna aprendosi la giacca di pelle che indossava.
"In effetti no" confermò l'uomo godendosi la vista della donna di fronte a lui. Nonostante indossasse dei jeans, erano abbastanza aderenti da poter intuire quali adorabile curve possedesse.
"Qual è il tuo nome?" chiese la donna
"E." rispose l'uomo "A meno che tu non voglia chiamarmi Padrone"  la sfidò lui.
"Non ho Padrone e non credo che comincerò adesso" disse la donna con un sorriso beffardo.
"Tu invece? Chi sei? Perché sei venuta qui?" chiese l'uomo.
"Ero curiosa di conoscerti" rispose la donna.
"Non mi dirai il tuo nome?" chiese l'uomo.
"Puoi chiamarmi Ace" rispose la donna.
"Ace?" chiese l'uomo.
"Si, solo Ace" disse la donna "A meno che tu non voglia chiamarmi Padrona" questa volta fu il turno di lei di provocarlo.
Lui sorrise. "Cosa fai adesso? Resti o te ne vai?" chiese.
"Vado a fare la spesa. La tua ospite si ferma a cena?" chiese la donna.
L'uomo guardò la donna interdetto. Pensava di aver cominciato a capirla, invece era di nuovo finito fuori strada.
"Si. Resta a cena" rispose infine, curioso di sapere cosa sarebbe accaduto di quella notte che aveva programmato in tutt'altro modo.
"Bene. Va dalla tua slave. Si cena alle otto, vedete di essere pronti per quell'ora."
L'uomo si fece da parte per lasciar passare quella donna misteriosa.


martedì 1 luglio 2014

Mi hai sempre mentito

Mi hai sempre mentito, stare con te era come stare con una maschera: non sapevo mai cosa provassi davvero, cosa sentissi e se quello che mi dicevi era vero oppure no. Eppure tu dicevi sempre che era la verità... La verità. Cos'è la verità? Dimmi. Perché la tua verità era un mare di bugie nelle quali io cercavo una cima per tornare a riva. Stare con te era come affogare, eppure riuscivi a dire le parole giuste, ma le sentivi veramente? Se solo io potessi crederti, ma non ci riesco, non ci riesco più.