martedì 17 giugno 2014

Il SUO odore

Un caldo pomeriggio dopo le piogge dei giorni precedenti. Lei che si lasciava avvolgere dal caldo bacio del sole. Lui che la osservava, finalmente lontani dallo studio di lui, lontani dal rapporto terapeuta e paziente. Solo due persone che passavano un po' di tempo insieme, nel parco, a godersi il sole.
Parlavano di sciocchezze, lei rideva felice, lui contento nel vederla così spensierata. Ad un tratto lei si fermò di colpo, lui si voltò a guardarla serio, preoccupato. Lei non sorrideva più, lo sguardo cattivo, digrignava i denti come non l'aveva mia vista fare.
Lui la chiamò per nome ma lei non rispose, si afflosciò su stessa portandosi le mani alla testa. Lui non l'aveva mai vista così, mai, e questo lo spaventò.
"Che ti succede?" chiese lui accovacciandosi accanto a lei, le appoggiò una mano sulla spalla, ma lei gliela allontanò con forza. Un ringhio le uscì dalla gola, come quello degli animali.
"Non toccarmi" disse lei in un bisbiglio rabbioso.
"Dimmi cos'hai, ti prego" la implorò lui. Alcune persone passavano loro accanto, osservando incuriositi la scena. Lui li ignorò, concentrandosi solo su di lei.
"Quell'odore" disse lei a stento, stringendo i pugni.
"Quale odore?" chiese lui.
"Il SUO odore" risponde lei con rabbia sferrando un pugno al suolo, sul ghiaino del sentiero. Il corpo di lei si rilassò mentre osservava il sangue uscire dalla pelle lacerata.
Lui le prese la mano, lei non si ritrasse questa volta.
Lui si guardò attorno, una panchina poco distante, la fece alzare e la fece sedere. Prense un fazzoletto e cominciò a pulirle la ferita.
Nessuno dei due parlò. Lei osservava quella ferita, lui stava pensando che era la prima volta che parlava di quell'uomo. In tutte le loro sedute, non aveva mai detto nulla, nessuna reazione, nessuna risposta. Era bastato un odore, che solo lei aveva sentito e finalmente si era aperta. La sua reazione però era stata peggiore di quanto avesse mai temuto. Si chiese chi fosse mai quell'uomo di cui lei parlava, o meglio non parlava mai.
"A chi appartiene a quell'odore?" chiese lui fasciandole la mano, si stava gonfiando, dovevano tornare al suo studio per medicarla come si deve.
"A lui, a quell'uomo" rispose lei, contrasse la mascella mentre respirava profondamente per calmarsi.
"Cosa ti ha fatto?" chiese lui.
"Niente che io non gli abbia permesso di fare" rispose lei in tono duro. Lui la guardò attentamente, c'era rabbia sul suo volto, ma anche tristezza.
"Non mi dirai altro?" chiese lui.
"No" rispose semplicemente lei.
"Devo medicarti la ferita" disse allora lui, alzandosi. Lei rimase a guardarlo.
"Mi dispiace" disse lei gli occhi d'improvviso lucidi.
"Per che cosa?" chiese lui
"Ho rovinato tutto" rispose lei chinando il capo.
"No piccola, non hai rovinato nulla" disse lui tornando a sedersi e abbracciandola. Lei si lasciò avvolgere da quelle braccia e lui si domandò se fosse quell'uomo la causa del fatto che non sopportasse di essere toccata dalla persone a mala pena da lui.

martedì 10 giugno 2014

Una doccia da sogno

Nella doccia. L'acqua che scorre. Così piacevole, così sensuale. Una dolce carezza che avvolge e invita. Le mani che scorrono sul corpo nudo e bagnato. La voglia che si insinua poco alla volta. Scalza la coscienza, la razionalità, il pudore. La voglia scaccia via ogni cosa finché la mente è tutta in suo potere e le mani, sue emissarie, obbediscono sapientemente agli ordini. Le senti, le labbra gonfiarsi di piacere, quello stesso piacere che si mescola all'acqua che scende dal soffione.
Il soffione.
Più veloce della luce il pensiero passa dal cervello alle mani. Riduci il flusso di acqua che esce dalla doccia e sfili il soffione dal suo sopporto: l'innegabile comodità di alcune docce. L'acqua che cade addosso mollemente mentre dirigi l'acqua tra le tue gambe, lì dove hai bisogno di essere appagata. Brividi mentre quei getti delicati colpiscono la pelle sensibile della vagina. Muovi il bacino, ancheggi mollemente mentre la mano libera aumenta il getto dell'acqua. Un lieve sussulto mentre ti adatti a quella nuova pressione, più insistente, più forte. Ancheggi più forte, ma ne vuoi ancora, ne ha i bisogno. Non puoi aspettare, eppure aumenti solo di poco l'intensità del getto d'acqua. Ti stai torturando lentamente, non vuoi bruciare quel desiderio tutto in una volta, vuoi farlo crescere, fino a non poterne più.
Allarghi le gambe. Le labbra si aprono ai getti dell'acqua che escono dal soffione. Il clitoride diventa sempre più sensibile. L'eccitazione ti bagna quasi più della stessa acqua. Un gesto rabbioso apri al massimo il getto dell'acqua. La testa che scatta all'indietro e un grido ti esce dalla gola mentre ti senti invadere, spingere, modellare, premere e accarezzare dall'acqua. Ancheggi e avvicini quel soffione sempre di più. L'orgasmo sfugge nonostante l'insistenza. Sfugge quel bastardo finché...

...il sole del mattino che filtra dalla finestra. Le lenzuola attorcigliate attorno alle gambe. Le mutandine fradice di desiderio. Era tutto un sogno. Uno sogno che ha lasciato l'insoddisfazione di un orgasmo negato. Un movimento lieve e le scariche di piacere percorrono la schiena. Un braccio si allunga in cerca del corpo che hai lasciato steso accanto al tuo prima di addormentarti. Trovi il vuoto. Gemito di rabbia. Le mani vanno a quelle mutandine bagnate, accarezzano le labbra attraverso il delicato tessuto. Scosti le lenzuola, sono bagnate: sudore e piacere, quale mix migliore per bagnare delle lenzuola? Gli occhi si chiudono lasciando alle mani il compito di raggiungere quell'orgasmo troppo a lungo rimandato. Quasi raggiunto, quasi afferrato quel magnifico orgasmo, ma delle mani calde te lo negano. Gli occhi che si spalancano verso altri occhi che ti osservano. Desiderio e rabbia. Piacere e dolore.
Mutandine sfilate e gettate da qualche parte. Altre mani che sfiorano e ti toccano, che ti spalancano per far posto a qualcosa che ha bramato già nel tuo sogno, quando eri sotto la doccia e colmavi con l'acqua il vuoto che volevi essere riempito con ben altro.