martedì 28 gennaio 2014

Omissioni

Fortuna che era partito in anticipo, il traffico era persino peggio di quanto pensasse, e poi era una sua impressione o quei cazzo di SUV erano aumentati negli ultimi anni? Butch scese dalla sua auto e si fermò ad ammirare l'ammaccatura sulla portiera posteriore. Non aveva i soldi per riparare l'ennesima danno alla macchina, e poi così nessuno gliela rubava, persino i ladri guidavano macchine messe meglio della sua.
Il detective ricontrollò l'indirizzo che la dottoressa Eva Williams gli aveva dato, si trattava del palazzone davanti a lui, uno di quei nuovi grattacieli tutti specchi che spuntavano come funghi, esattamente come i SUV.
Attraversò la strada, una mustang fastback del '69 lo apostrofò con un colpo di clacson a cui Butch rispose con un caloroso vaffanculo, quindi entrò nel palazzo dirigendosi subito verso gli ascensori.
Aspettò per quello che gli parve un'eternità prima che arrivasse un ascensore. Venti piani arrivò finalmente all'ufficio della dottoressa Williams. Suonò il campanello e la porta si aprì con uno scatto automatico, varcata la soglia il detective si guardò attorno.
Fin qui sembra un normalissimo ufficio, pensò Butch.
Il breve ingresso dava su una sala d'aspetto piena di poltroncine dall'aspetto comodo, un tavolino pieno di riviste, piante e fiori per rendere l'atmosfera più accogliente. Sul fondo della stanza una scrivania vuota.
Dev'essere quella della segretaria, pensò Butch.
"C'è qualcuno in casa?" chiese Butch avanzando verso la scrivania alla cui sinistra c'era una porta aperta.
Un suono di tacchi giunse da quella parte, poi sulla sogli apparve quella che doveva essere la famosa dottoressa Williams.
Beh, mica male la dottoressa, pensò il detective concedendosi un momento per osservare la donna.
"La dottoressa Eva Williams?" chiese il detective.
"E lei dev'essere il detective O'Neil" rispose la donna facendogli cenno di seguirla nella stanza dalla quale era venuta.
"Questa mattina ha parlato di un omicidio. Carl è stato ucciso?" chiese la dottoressa sedendosi ala scrivania e andando subito al nocciolo della questione.
"Già, a quanto pare" fu la vaga risposta di Butch. "Cosa fa lei esattamente?" chiese poi, sedendosi su una delle sedie solitamente riservate ai pazienti.
"Come mi sembra di averle spiegate al telefono io sono una psicologa e psicoterapeuta, con una specializzazione in sessuologia" rispose Eva in tono freddo e distaccato.
"Si, ma in soldoni cosa fa?" chiese Butch.
"Aiuto le persone che ritengono di avere problemi sessuali: coppie sposate da tempo, soggetti con blocchi psichici, vittime di stupri e violenze" rispose pazientemente Eva.
"E Carl che problema pensava di avere?" chiese Butch.
"Lui non era un mio paziente" rispose Eva impassibile.
"Allora come aveva il suo numero, dottoressa?" chiese Butch con un leggero sorriso sulle labbra.
Eva lo fissò a lungo, impassibile e Butch smise di sorridere sentendosi vagamente a disagio, poi la dottoressa aprì un cassetto e ne estrasse due cellulari uguali, tranne per il fatto che uno dei due aveva la cover color rosso fuoco.
"Questo è il cellulare al quale i pazienti, la mia segretaria, i miei amici o la mia famiglia può chiamarmi" disse Eva indicando quello dal colore anonimo e comune. "Questo è per la mia vita privata" disse indicando quello con la cover rossa.
"Carl aveva il numero del rosso?" chiese Butch per scrupolo, anche se pensava già di sapere la risposta.
"Si, gliel'ho lasciato dopo la serata passata insieme" rispose Eva.
"Non sia timida dottoressa, come vi siete conosciuti lei e il signor Harris?" chiese il detective sedendosi più comodo.
"Mi trovavo in un bar" iniziò a raccontare Eva.
"Quale?" chiese subito Butch.
"Il Season" rispose la dottoressa.
"Lo frequenta spesso?" chiese Butch.
"Abbastanza" rispose Eva.
"E' solita incontrare lì i suoi... amici?" chiese Butch decidendo che, in mancanza di un altro termine, amici era una parola abbastanza neutrale.
"No. Quando voglio compagnia o devo incontrare un amico, scelgo un altro luogo" rispose Eva che cominciava ad infastidirsi delle domande tendenziose del detective.
"Quale?" chiese Butch.
"L'Exotic" rispose Eva in tono tagliente. A Butch andò di traverso la saliva. Per fama tutti conoscevano l'Exotic ma nessuno avrebbe mai ammesso di frequentarlo.
"So cosa sta pensando detective, ma quello che si racconta non rispecchia la realtà su quel posto" si affrettò a spiegare Eva.
"Prosegua. Diceva che era al Season e ha incontrato il signor Harris" disse Butch, la faccenda si faceva sempre più interessante.
"Lui è venuto da me, cercava una distrazione e sapeva che io ero disponibile" proseguì Eva.
"Come lo sapeva?" chiese Butch.
"Non lo so, fuori dall'Exotic non accetto amici, ma qualcuno deve avergli detto chi ero, così ho fatto un'eccezione" rispose la dottoressa.
"Hai idea di chi sia stato?" chiese il detective.
"No. Forse un altro amico" rispose Eva con un tono tra il cinico e l'ironico. Poteva sbagliarsi, ma secondo Butch lei lo sapeva benissimo.
"E poi?" chiese il detective.
"Abbiamo bevuto una cosa insieme e poi siamo andati al suo albergo" rispose Eva.
"Stessa macchina o auto separate?" chiese Butch.
"Con la sua auto. Raramente uso l'auto in città" spiegò la dottoressa.
"Siete arrivati all'albero del signor Harris e ve la siete spassata un po'" la pungolò il detective.
"Quando me ne sono andata lui era vivo e felice" proseguì Eva infastidita dall'atteggiamento di Butch.
"Qualcuno l'ha vista uscire?" chiese il detective.
"Forse l'addetto alla reception. Uscita ho preso un taxi e sono tornata a casa" rispose Eva.
"Ha la ricevuta del taxi?" chiese Btuch.
"No" rispose Eva.
"Ricorda il numero del taxi?" chiese ancora Butch.
"No" rispose pacata Eva.
"Ricorda almeno a che ha lasciato l'albergo?" insisté Butch.
"Dovevano essere quasi le undici. Non lo so con precisione" rispose Eva.
Il detective rimase ad osservarla per un po', con la precisa sensazione che la bella dottoressa gli stesse nascondendo qualcosa.
"Quindi, non ha un alibi per la morte del signor Harris" constatò Butch.
"No detective" rispose semplicemente Eva. "Sono una sospettata?" chiese lei dopo un attimo di silenzio.
"Mettiamola così dottoressa, se fossi in lei, eviterei di lasciare la città" rispose Butch.

mercoledì 22 gennaio 2014

Ritorno al medioevo

Visto che oggi alla Base Siberiana siamo tornati all'età della pietra, isolati dal mondo e dalla civiltà, cazzeggio.
Voi direte, ma come fai a dire che sei isolata dal mondo se scrivi questo post? Perché l'accesso al magico e fagocitante mondo di internet funziona a singhiozzi, mentre tutto quello che mi serve per lavorare non funziona neppure a singhiozzi. Capì? Quindi cazzeggio.
Allora, di che parliamo?
Eh no! Non mettetemi ansia con il racconto, so che state aspettando che Butch interroghi Eva ma non ciò tempo di scrivere, ciò una scadenza della malora che mi mette un'ansia che voi non capite. Il fatto poi che io non riesca a lavorare mi mette addosso un'altra dose di apprensione che se mi arriva un altro colpo, mi affogo nel water della Base Siberiana.
Cari saputelli, non è una scusa per coprire il fatto che non so come andare avanti, nella mia testa il racconto è già finito, l'assassino arrestato e tutti felici e contenti. Nella mia testa ho vinto anche un sacco di premi e le tv di tutto il mondo vogliono intervistanti, mentre registi si scazzottano pur di accaparrarsi la mia opera per farne un film. Cioè, voi non potete neppure capire che baraonda c'è nella mia testa, ma non posso fare niente, perché ciò da lavorà come un mulo.
Però adesso cazzeggio perché l'universo vuole stressarmi e vedere fino a che punto posso reggere prima di tirare il botto.
Aspè... sembra che dal medioevo stiamo facendo un balzo evolutivo... siamo di nuovo nel ventunesimo secolo!!
Ragassuoli e ragassuole, me ne torno a lavorare finché resto nel ventunesimo secolo.


giovedì 16 gennaio 2014

E adesso piantatela

Sono arrivata alla conclusione che alla gente piace triturarsi i maroni (e anche quelli degli altri), piuttosto che buttarla sul ridere. E' ovvio che tutti hanno i propri problemi e a volte ridere è l'ultima cosa che si ha voglia di fare. Però, se è vero che piangendosi addosso o ridendo a crepapelle le cose non cambiano, è sempre meglio ridere che piangere. Se puoi riderne puoi superarlo, se ti piangi addosso non hai fatto nessun passo avanti.
E comunque siete insopportabili con quegli infiniti post lacrimevoli che dicono sempre le stesse cose, in cui sfoggiate il vostro dolore come fosse un nuovo taglio di capelli. Siete insopportabili quando ripetete sempre le stesse cose, quando vi gasate con frasi sull'alzarsi e combattere, sull'andare avanti nonostante tutto. Se fosse davvero così non stareste qui a rompere il cazzo a tutti con il vostro lacrimevole dolore putrescente. Dopo tre giorni il pesce puzza. Dopo tre giorni è ora di voltare pagina.
Non è facile? Non tutti possono spegnere il dolore con un interruttore?
E chi vi dice niente! Non dareste fastidio a nessuno se non fosse che siete talmente concentrati sul vostro nocciolo di stucchevole dolore preconfezionato da avere gli occhi ricoperti di prosciutto. Siete talmente fossilizzati sul VOSTRO dolore, sulla VOSTRA vita, che non vi accorgereste del dolore degli altri neppure se ci andaste a sbatterci contro.
Già sento le vostre rimostranze sul fatto che non è vero, che chi ha sofferto è più sensibile degli altri e vede più lontano. Si, certo, come no. Continuate a ripetervelo, è il vostro alibi, la vostra rassicurazione personale. Beh cari miei, lasciatemi piacevolmente demolire le vostre insulse certezze: sono quelli che già il giorno dopo sorridono quelli ad essere più sensibili, quelli che fanno finta che non sia successo niente che colgono le maschere degli altri.
"E' vero, io sono così. Sorrido, ma dentro muoio."
Patetici ammassi di falsità. Ripetete questa frase come un mantra, senza accorgervene che quel poco di significato che aveva è morto da tempo. Non ne resta neppure più il fantasma.
Siete deprimenti e ridicoli nel vostro sbandierato dolore. Osceno desiderio di attirare le attenzioni.
Volete che vi coccoli e che vi dica "Oh poverina, dev'essere davvero difficile" "Oh poverino, ma devi cercare di riprenderti da quel dolore". Col cazzo! Mi rifiuto di reggervi il moccolo e raccontarvi bugie, con le quali allargherete il vostro antro nel quale nascondere la testa.
Avete talmente esaltato il dolore da renderlo privo di qualunque significato. Lo avete svuotato trasformandolo in una carcassa inutile, togliendogli tutto ciò che poteva darvi.
Bravi, complimenti. Meritate un applauso.
Scommetto che siete fieri di voi adesso.
Prego, insultatemi. Datemi contro con flebile accuse.
Lapidatemi con il vostro sdegno da quattro soldi.
E poi fatemi un piacere, guardatevi allo specchio e chiedetevi se non è il caso di smetterla e di crescere un po'.

mercoledì 15 gennaio 2014

Questione di centimetri (non quelli che state pensando voi)

L'inconveniente di essere bassi, oltre all'ovvietà che per raggiungere qualunque cosa hai bisogno di uno sgabello e che pulire le finestre equivale ad una seduta di stretching, è che se stai facendo una sfuriata con qualcuno (che non sia uno dei puffi o un bambino al di sotto dei 7 anni) questo ti guarderà inevitabilmente dall'alto in basso, anche se sei così incazzata che faresti paura persino a Ramsay quando gli gira male.

Dove finisce la credibilità se non puoi unire alle parole almeno una statura decente? Una come me dovrebbe andare sempre in giro con uno sgabello. Si, però immaginatevi la scena.
La tipa (prendete me, che è più semplice) si incazza: "Adesso te ne dico io! Però aspetta che salgo sullo sgabello", già qui si smonta tutto il predicozzo, e la poca credibilità che c'era prima si è buttata nel cesso per disperazione.

Ora io non dico essere una stangona da poter ridipingere il soffitto senza scala, ma almeno non essere bassa come un tappo di sughero.

Che però, ammettiamolo, essere bassi ha anche un suo vantaggio: se non vuoi essere vista basta poco per scomparire, puoi nasconderti dietro qualunque cosa, tanto ti nasconderà sicuramente.



E a chi mi tira fuori il detto "Nella botte piccola c'è il vino buono", prego seguite l'indicazione che vi mostro con il braccio.

martedì 14 gennaio 2014

Frammenti

"Io ti amo, io ti voglio" disse lui guardandola stare immobile di fronte a lui "Non mi tratterai come gli altri prima di me, perché sono diverso, lo sai anche tu. Lo senti anche tu."
"Non prenderti gioco di me" disse lei parlando con calma, lasciando che uscissero solo le parole e non rabbia che le bruciava dentro. "Tu sei esattamente come gli altri, la differenza è che adesso hai paura, paura di quello che ti potrei fare, ma non devi temere: ti ho ucciso cinque minuti fa" aggiunse lei.
Lui rimase impietrito da quelle parole, poi reagì. Tentò di liberare i polsi con i quali lei lo avevo legato alle colonne del letto.
"Perché lo hai fatto?!" urlò lui.
"Perché io sono solo la tua amante. Mi avresti dato un contentino e poi mi avresti lasciato ai bordi di una strada sconosciuta" rispose lei in tono freddo e distaccato. "Non sono mai la prima scelta di nessuno: beh ho deciso che ne ho abbastanza."
"Ma perché uccidermi?!" proseguì lui scorticandosi i polsi nel tentativo di liberarsi.
"Perché ti odio. Te come tutti gli altri" rispose lei. Sembrava che una maschera le fosse calata sul volto, rendendolo privo di espressioni.
"Ma tu mi amavi..." disse lui non riuscendo a capire.
"Lo sapevi e nonostante questo giocavi con me, è questo che mi fa incazzare. Vedete ma fate finta di essere ciechi e nel frattempo vi prendete tutto di me" disse lei avvicinandosi a lui mentre il suo volto si induriva. "Mi avete presto tutto, ora io prenderò quello che avete di più caro. Prenderò la vostra vita."



Non c'è un'inizio per questa storia, non c'è una fine. E' un frammento di tormento. Non è neppure questo granché, lo riconosco. Allora perché scriverlo? Perché ne avevo bisogno. Perché è una giornata strana. Ci sono tanti perché dietro questo frammento, io li conosco, voi no e tanto non vi importa di conoscerli, quindi tenetevi questo frammento, ve lo regalo.

lunedì 13 gennaio 2014

Se il buongiorno si vede dal mattino...

...allora sono nella merda.

Sono le 9.00 e:

1. E' lunedì.
2. Sono inciampata sulla porta di casa e mi sono quasi slogata una caviglia, adesso mi fa male la caviglia, il ginocchio e pure la chiappa.
3. La collega è partita in quarta con una discussione nutrizionale e OGM, adesso non la ferma più nessuno, tra poco partiranno insulti e il lancio di coltelli.
4. Il mio capo durante le feste, per deformazione professionale, con la moglie fa la check-list delle cose da fare... io al suo posto avrei fatto altro, ma lui è contento così.

... perché mi sono alzata questa mattina? Perché cavolo sono venuta al lavoro oggi?!?!?


venerdì 10 gennaio 2014

Soldato!

"Soldato, come sono i livelli di acidume?"
"20%, signore"
"Cinismo?"
"All'80%, signore"
"Atteggiamento sprezzante?"
"75%, signore"
"Non va bene, soldato"
"Cosa propone di fare, signore?"
"Come sono i livelli di cioccolato?"
"Sono bassi, signore. Al 10%"
"Procuragli una dose di cioccolato, se non funziona..."
"Se non funziona, signore?"
"Se non funziona, sarà meglio cercare un riparo soldato."


Dal terapeuta

"Ti viene mai voglia di essere qualcun altro? Qualcos'altro?"
"Si, spesso."
"Cosa vorresti essere di preciso?"
"Ogni tanto vorrei quello che gli altri credono di vedere, vorrei essere esattamente quello che gli altri si aspettano."
"Ma tu lo sei già."
"No chèrie, io sono una menzogna vivente, un teatro popolato da migliaia di attori, e ciascuno entra in scena quando uno spettatore arriva ad assistere allo spettacolo."
"Mi piace quando mi chiami chèrie e come lo dice, sa di intimo."
"Lo so, per questo lo faccio. Nella mia testa ho etichettato la tua stanza come chèrie, e nient'altro."
"La mia stanza?"
"Si. Nel mio vasto palazzo della memoria, c'è un'ala riservata alle persone che nel bene o nel male sono entrate nella mia vita. Sulla tua porta c'è scritto chèrie, è c'è tutto quello che ti riguarda."
"Posso sbirciare?"
"Non ti piacerebbe cosa vedresti."
"Non ti credo, ma forse non vuoi parlarne."
"Già, non voglio parlarne."
"Cos'altro vorresti essere? Stavamo parlando di questo."
"Si, giusto."
"Vuoi parlare d'altro?"
"No, tranquillo. Altre volte vorrei solo che quello che ho dentro fosse la verità. Che la donna che si nasconde sotto la maschera distruggesse ogni cosa e vivesse la mia vita."
"Quella donna sei già tu, dipende da te lasciarla uscire."
"Non posso farlo."
"Perché?"
"Possiamo cambiare argomento?"
"Va bene, di cosa vuoi parlare?"
"Del tempo."
"Del tempo?"
"Si, tutti parlano del tempo, perché non possiamo farlo anche noi?"
"Perché io sono il tuo terapista e tu la mia paziente, dovremmo affrontare i tuoi problemi."
"Tu non sei solo il mio terapista, quindi perché non possiamo parlare anche del tempo?"
"Prendile seriamente queste sedute, altrimenti ti passerò ad un mio collega."
"Che farà quello che fai tu quando la seduta è finita?"
"Lo ucciderei se lo facesse."
"Perché?"
"Non sono io ad essere in terapia."
"Ma la tua affermazione va analizzata."
"Abbiamo ancora 5 minuti, li vuoi sprecare così?"
"Perché ti sei arrabbiato?"
"Non sono arrabbiato."
"Si che lo sei."
"Sono seccato dal fatto che non prendi seriamente le nostre sedute. Ti avevo detto che avremmo continuato a frequentarci solo se, durante le sedute, ti fossi comportata come una normale paziente, ma con te è impossibile, quindi forse dovremmo lasciar perdere sul serio."
"..."
"Cos'hai detto?"
"..."
"Non fare la bambina, non è il momento."
"E' una sfida."
"Che cosa è una sfida?"
"Tutto questo."
"Che vorresti dire?"
"Tu spingi me a parlare per aiutarmi. Io pungolo te per capire la tua forza."
"La mia forza?"
"Si, è una cosa che non hai mai capito."
"Cosa non ho mai capito?"
"Che quando mi affeziono ad una persona, la sfido a domarmi."
"Vuoi essere domata?"
"No. E' questo il punto. Ti spingo a sfidarmi per capire se possiamo trattarci alla pari."
"Non ti ritieni al mio livello?"
"Al contrario, quello che mi chiedo e se tu puoi essere al mio."
"Non mi ritieni adatto a farti da terapeuta?"
"Non metto in dubbio la tua competenza, sto solo testando la tua resistenza."
"Perché lo fai?"
"Perché vorrei che vincessi."
"Vincere? Non è un gioco."
"Tutto è un gioco: io, te, la vita, questa terapia, le mie maschere e le mie seghe mentali. Tutto quanto è solo un gioco."
"Il tempo è scaduto."
"Ci vediamo la prossima settimana?"
"Per la tua terapia si."
"OK."
"Per il tuo corpo, questa sera a cena, e per una volta sii puntuale."
"Se lo facessi, non avresti niente di cui lamentarti."
"Alla prossima settimana signorina."
"Alla prossima settimana dottore."


martedì 7 gennaio 2014

La vedova

"Beh, ti sei imbambolato?" chiese lei osservando l'uomo fermo di fronte a lei.
"E' lei quella che chiamano la vedova?" chiese l'uomo guardando incuriosito quella donna che dimostrava appena trent'anni tranquillamente seduta nell'ultimo tavolo del libero del locale.
"Dipende da chi vuole saperlo, e dammi del tu, non sono così vecchia" rispose la donna bevendo un sorso dal bicchiere che aveva davanti.
"Un cliente" rispose l'uomo.
"Un cliente eh... siediti" disse la donna con un cenno della mano.
La donna lo fissò a lungo, studiandolo, soppesandolo, mentre con le dita accarezzava il profilo del bicchiere.
"Chi ti ha detto dove trovarmi?" chiese infine la donna. L'uomo stava per rispondere ma lei lo anticipò.
"No, non dirmelo, credo di saperlo. Bevi qualcosa?" chiese la donna.
"Quello che bevi tu" rispose l'uomo. Conosceva solo di fama quella donna, ma tutti dicevano che era la migliore, e Dio solo sapeva se aveva bisogno del meglio.
La donna sorrise e fece un cenno ad uno dei camerieri che si aggiravano per il locale.
"Sei di queste parti?" chiese la donna.
"No, sono qui per lavoro" rispose l'uomo.
"Famiglia, amici?" chiese ancora la donna.
"Nessuno di importante" rispose l'uomo turbato. "Perché queste domande?"
La donna sorrise nuovamente "Pura curiosità femminile" rispose bevendo un altro sorso del liquido ambrato contenuto nel bicchiere.
Il cameriere giunse con l'ordinazione.
"Grazie Jean" rispose la donna pronunciando il nome come se lo stesse passando sulla lingua. Il cameriere arrossì e se ne andò di corsa.
"Lo conosci?" chiese l'uomo.
"Un cliente" rispose lei in tono enigmatico. "Alla salute" aggiunse alzando il bicchiere.
L'uomo fece altrettanto e bevve un sorso. Il liquido gli bruciò piacevolmente la gola.
"Come pro..." stava dicendo l'uomo ma si bloccò vedendo che lei lo stava guardando intensamente.
"Cosa ti piace dolcezza? Come lo vorresti?" chiese la donna.
All'uomo si seccò la gola, imbarazzato dalla domanda diretta. Si guardò attorno e bevve un altro sorso dal bicchiere.
La donna si alzò e gli si sedette acconto.
"Ad esempio, questo ti aggrada oppure no?" chiese la donna posando una mano sulla coscia di lui, raggiungendo l'inguine.
"Mi aspettavo qualcosa di più" rispose lui. Lei non si arrabbiò, anzi, sorrise compiaciuta. La mano di lei prese a massaggiargli le palle.
Lui prese il bicchiere e ne tracannò tutto il contenuto: l'aria stava cominciando a scaldarsi. Lei nel frattempo continuava a guardarlo in volto, mentre con la mano proseguiva il suo massaggio.
Allungando anche l'altra mano lei gli aprì la patta dei pantaloni.
"Cosa fai?" chiese lui bloccandole le mani e lanciando occhiate furtive al resto del locale.
"Paura?" chiese lei seria, poi sorrise e aggiunse "Non temere dolcezza e goditi il viaggio."
Lei gli allontanò le mani e le infilò nei boxer, dove l'erezione aveva iniziato a premere con forza contro i pantaloni.
A quel tocco all'uomo sfuggì un gemito, non si era aspettato questo da lei, non si era aspettato che sarebbe stato... i suoi pensieri furono interrotti da una scarica. Quella donna ci sapeva davvero fare.
Lei non gli staccava mai gli occhi di dosso, mentre con le mani gli accarezzava l'erezione, tormentandolo. Lui guardo lei e poi quello che stava facendo al suo cazzo.
"Ti piace dolcezza?" chiese lei con voce roca, come se stesse facendo le fusa.
"Oh si... non ti fermare.." disse lui.
"Non ne ho nessuna intenzione" rispose lei abbassando la testa fra le gambe di lui. L'uomo si guardò attorno, ma fortunatamente nessuno sembrava essersi accorto di nulla.
Le mani di lei liberarono l'erezione dai boxer e dai pantaloni, poi la bocca ripeté quello che le mani avevano fatto fino a quel momento.
Lui prese il bicchiere che lei non aveva terminato da bere e si scolò anche quello, abbandonandosi alla sensazione della bocca di lei sul suo cazzo. Quella lingua che lo avvolgeva, quelle labbra calda, quei colpetti decisi con i denti... lo stavano mandando in estasi... e quelle mani, che non smettevano di toccargli le palle... lei lo stava facendo impazzire.
Lo portava vicino all'orgasmo e poi rallentava, senza lasciargli un attimo di tregua, stava impazzendo, così l'afferrò per i capelli e cominciò a muoverle la testa fino a raggiungere il ritmo giusto. Le venne in bocca con un potente getto, poi la lasciò andare. Non gliene fregava più niente che gli altri clienti si accorgessero di qualcosa.
Lei si rialzò, si leccò le labbra quindi lo rivestì, come se non fosse successo niente.
"Come inizio andava bene?" chiese lei, facendo un cenno al cameriere.
"Anche meglio di quanto immaginassi" rispose lui ancora vagamente stordito.
Jean arrivo, guardò la donna e abbassò subito la testa.
"Gentilmente Jean, portaci il conto e dì al tuo capo che per oggi hai finito" disse la donna.
"Ma... io..." balbettò Jean arrossendo.
"Non farmi aspettare caro, sai quanto lo detesti" disse lei.
"Si" rispose timidamente Jean portando via i bicchieri vuoti posato sul tavolo.
L'uomo guardò la donna con fare interrogativo.
"Dopo l'assaggio che ti ho dato, non ti fidi dei miei gusti?" disse lei.
"Sono nelle tue mani" rispose lui. Lei sorrise.
"Non sono cose da dire ad una donna come me" aggiunse tornando al suo posto.
Jean arrivò con il conto. L'uomo stava per pagare, ma lei fu più veloce.
"Tocca a me pagare" aggiunse lei alzandosi in piedi e l'uomo fece altrettanto. Quando erano ormai alla porta la donna si voltò indietro.
"Jean caro, ti stiamo aspettando" disse la donna in tono beffardo. Il cameriere abbassò il capo e la raggiunse e le aprì la porta.
"Bravo Jean, ti aspetta un bel premio" disse la donna prima di uscire.


Scazzo e tradimenti

Come altre centinaia di persone, oggi sono rientrata al lavoro.
Ho fatto il viaggio semi-addormentata.
Ho varcato la soglia dell'ufficio ancora vuoto che ero leggermente scazzata.
Ho visto la stella di Natale mezza morta e mi sono in parte rincuorata perché non ero l'unica a stare da cani ma anche demoralizzata perché non si possono lasciare le piante in mano agli uomini.
Ho passato cinque minuti a ricordarmi la password di login e ho speso altri 10 minuti a capire cosa dovevo fare.
Sono le 12.00 passate e io sono già scazzata da far paura, con un cinismo alle stelle e una nostalgia da matti, per che cosa? Di una scopata.
Insomma, non è cambiato proprio niente in questo nuovo anno. Persino il progetto su cui sto lavorando sta andando a scatafrascio, ma a me non importa.
Eh si, qualcosa è cambiato con l'anno nuovo, ha smesso di importarmi davvero delle cose e delle persone. Ho smesso di angosciarmi, di preoccuparmi, di prodigarmi e adesso sto seduta sulla sponda del fiume in attesa che passi qualche cadavere per dargli una badilata in testa, tanto per essere sicura che siano andati all'altro mondo.
Voi come va? Che avete fatto di bello durante le vacanze?
Io un cazzo.
Già, ho passato il mio tempo a non fare una beneamata mazza. Guardare film, leggere e rimbambirmi davanti alla playstation. Che figata è?! Che vita emozionante!!
Avevo l'influenza ed ero scazzata.
Deve avermi morso l'insetto dello scazzo, perché non riesco a liberarmene. Ma si, chissenefrega no?
A me da fastidio? Non più di tanto. A voi do fastidio? Tanto non vi sento, quindi lo prendo per un no e vado avanti.
Mi sono data alla vodka. Io affezionata alla grappa durante le feste sono passata alla vodka. Da principio non ci piacevamo molto, ma poi mi sono ricreduta e adesso stiamo sempre insieme. Il prossimo passo è wishky.
Alcolizzata? Chi, io? No, smetto quando voglio.
E voi direte "Si, ma noi non ce ne fotte un cazzo delle tue paturnie mentali, vogliamo i tuoi pezzi, quelli di sesso, quelli incazzati, non ste fisime da pre-mestruo".
Primo: non è il pre-mestruo, questo è il mio umore stanziale.
Secondo: che rompicoglioni che siete, si che ricomincio a scrivere porcherie!
Vabbé torno a fare quello che stavo facendo prima, che cosa? Ancora non l'ho capito, ma quando lo scopro ve lo dico.